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7. Capitolo del dispiacimento delle cose temporali.

Molti dolori e molti guai avrà l’uomo misero, lo quale mette il suo desiderio e ‘l suo cuore e la sua speranza nelle cose terrene, per le quali egli abbandona e perde le cose celestiali, e pure finalmente perderà ancora queste terrene. L’aquila vola molto in alto; ma s’ella avesse legato alcuno peso alle sue alie, ella non potrebbe volare molto in alto: e così l‘uomo, per lo peso delle cose terrene non può volare in alto, cioè che non può venire a perfezione; ma l’uomo savio, che si lega il peso della memoria della morte e del giudicio alle alie del cuore suo, non potrebbe per lo grande timore discorrere, nè volare per le vanitadi, nè per le divizie di questo mondo, che elle sono cagione di dannazione. Noi veggiamo ognindì gli uomini del mondo lavorare e affaticare molto e mettersi a grandi pericoli corporali, per acquistare queste ricchezze fallaci; e poichè avranno molto lavorato e acquistato, in uno punto moriranno, e lasceranno ciò che averanno acquistato in vita loro, e imperò non è da fidarsi di questo mondo fallace, il quale inganna ogni uomo che li crede, perocchè, egli è mendace. Ma chi desidera e vuole essere grande e bene ricco, cerchi e ami le ricchezze e li beni eternali, li quali sempre saziano e mai non fastidiano, e mai non vengono meno. Se non vogliamo errare, prendiamo esemplo dalle bestie e dagli uccelli, li quali quando sono pasciuti sono contenti, e non cercano se non la vita loro da ora in ora, quando loro bisogna: e così l’uomo doverebbe esser contento solamente della sua necessitade temperatamente, e non superfluamente. Dice Frate Egidio, che le formiche non piaceano a Santo Francesco siccome gli altri animali, per la grande sollecitudine che elle hanno di congregare, e di riporre dovizia di grano al tempo della state per lo verno: ma dicea, che gli uccelli gli piaceano molto più, perchè non congregavano nulla cosa nell’uno dì per l’altro. Ma la formica ci dà esemplo, che noi non dobbiamo stare oziosi nel tempo della state di questa vita presente, acciocchè noi non ci troviamo vacui e senza frutto, nello inverno dello ultimo e finale giudizio.