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16. Capitolo della vera Religione.

Dicea Frate Egidio, parlando di sè medesimo: Io vorrei innanzi una poca grazia di Dio, essendo religioso nella religione, che non vorrei avere le molte’ grazie di Dio, essendo secolare e vivendo nel secolo, imperciocchè in nel secolo sì sono molto più pericoli e impedimenti, e più poco rimedio, e meno ajutorio che non è nella religione. Anche disse Frate Egidio: A me pare, che l’uomo peccatore più teme il suo bene, che non fa il suo danno e ‘l suo male: imperocchè egli teme di entrare nella religione a fare penitenzia; ma non teme d’offendere Iddio e l’anima sua, rimanendo nel secolo duro e ostinato, e nello fango fastidioso delli suoi peccati, aspettando la sua ultima dannazione eternale. Uno uomo secolare; domandò Frate Egidio, dicendo: Padre, che mi consigli tu, ch’io faccia? o che io entri nella religione, o che io mi stia nel secolo facendo le buone operazioni? Al quale Frate Egidio rispuose: Fratello mio, certa cosa è, che se alcuno uomo bisognoso sapesse un grande tesoro ascoso nel campo comune, che egli non domanderebbe consiglio ad alcuna persona, per certificarsi se sarebbe bene di cavarlo e di riporlo nella casa sua, quanto più dovrebbe l’uomo istudiarsi, ed affrettarsi con ogni efficacia e sollecitudine di cavare quello tesoro celestiale, lo quale si truova nelle sante religioni e congregazioni spirituali, senza domandare tanti consigli! E quello secolare, udendo cotesta risposta, incontanente distribuì quello che possedeva alli poveri, e così dispogliato d’ogni cosa subito entrò nella religione. Dicea Frate Egidio: Molti uomini entrano nella religione, e non mettono però in effetto e in operazioni quelle cose, le quali appartengono al perfetto stato della santa religione: ma questi cotali sono assomigliati a quello bifolco, che si vestì dell’armi d’Orlando, e non sapea pugnare nè armeggiare con esse. Ogni uomo non sa cavalcare il cavallo restìo e malizioso; e se pure lo cavalca, forse non saprebbe guardarsi di cadere, quando il cavallo corresse o maliziasse. Ancora disse Frate Egidio: Io non reputo gran fatto, che l’uomo sappia entrare in nella corte del Re; “nè non reputo gran fatto, che l’uomo sappia ritenere alcune grazie, ovvero benefizj dello Re:” ma il grande fatto si è, che elli sappia bene istare e abitare e conversare nella corte dello Re, perseverando discretamente secondo che si conviene. Lo stato di quella corte del grande Re Celestiale si è la santa religione, nella quale non è fatica sapere entrare e ricevere alcuni doni, e grazie da Dio; ma il grande fatto si è, che l’uomo sappia bene vivere e conversare, e perseverare in essa discretamente per insino alla morte. Ancora disse Frate Egidio: Io vorrei innanzi essere nello stato secolare, e continovamente sperare e desiderare con divozione d’entrare nella religione, che non vorrei istare nello abito vestito nella santa religione, senza esercizio d’opere virtuose, perseverando in pigrizia e in negligenza. Ed imperò dovrebbe l’uomo religioso sempre isforzarsi di vivere bene e virtuosamente, sappiendo che egli non può vivere in altro stato, che in nella sua professione. Una volta disse Frate Egidio: A me pare che la religione de’ Frati Minori veramente si fusse mandata da Dio, per utilità e grande edificazione della gente; ma guai a noi Frati, se noi non saremo tali uomini, quali noi dobbiamo essere! Certa cosa è, che in questa vita non si troverebbono più beati uomini di noi: imperocchè colui è santo che seguita il santo, e colui è veramente buono che va per la via del buono, e colui è ricco che va per li andamenti del ricco; conciossiacosachè la religione delli Frati Minori, più che nessuna altra religione, seguita le vestigie e gli andamenti del più buono, del più ricco del più santo, che mai fosse nè mai sarà, cioè del nostro Signore Gesù Cristo.