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Quinta

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quinta

Della quinta, e ultima considerazione delle sacre sante Istimate.

 

La quinta e ultima considerazione si è, di certe apparizioni e rivelazioni e miracoli, i quali Iddio fece e dimostrò dopo la morte Santo Francesco, a confermazione delle sacre sante Istimate sue, e a notificazione del dì e dell’ora, che Cristo gliele diede. E quanto a questo, è da pensare; che nelli anni Domini mille dugento ottantadue, a dì... del mese d’Ottobre, Frate Filippo Ministro di Toscana, per comandamento di Frate Giovanni Buonagrazia Generale Ministro, richiese per santa obbedienza Frate Matteo da Castiglione Aretino, uomo di grande divozione e santità, che gli dicesse quello che sapea del dì e dell’ora, nella quale le sacre sante Istimate furono da Cristo impresse nel corpo di Santo Francesco; imperocchè sentiva, che di ciò egli ne avea avuto rivelazione. Il quale Frate Matteo costretto dalla santa obbedienzia, gli rispuose così: Istando io di famiglia alla Vernia, questo anno passato del mese di Maggio, io mi posi uno dì in orazione nella cella, che è nel luogo, dove si crede che fu quella apparizione serafica. Ed in nella mia orazione io pregai Iddio divotissimamente, che gli piacesse di rivelare a qualche persona il dì e l’ora e ‘l luogo, nel quale le sacre sante Istimate furono impresse nel corpo di Santo Francesco. E perseverando io in orazione ed in questo priego più oltre che il primo sonno, e’ m’apparve Santo Francesco con grandissimo lume, e sì mi disse: Figliuolo, di che prieghi tu Iddio? Ed io gli dissi: Padre, priego di cotale cosa. Ed egli a me disse: Io sono il tuo Padre Francesco: cognoscimi tu bene? Padre, diss’io, sì. Allora egli mi mostrò le sacre sante Istimate delle mani e de’ piedi e del costato, e disse: Egli è venuto tempo, che Iddio vuole che si manifesti a gloria sua quello, che i Frati per addietro non si sono curati di sapere. Sappi, che colui che mi apparve non fu Angelo, ma fu Gesu Cristo in ispezie di Serafico; il quale colle sue mani m’impresse nel corpo mio queste piaghe, siccome egli le ricevette nel corpo suo in sulla Croce, e fu in questo modo: che il dì innanzi alla Esaltazione della Santa Croce, venne a me uno Angelo, e dissemi dalla parte di Dio, ch’io m’apparecchiassi a pazienzia e ricevere ciò, che Iddio mi volesse mandare. Ed io rispuosi, che io era apparecchiato a ricevere e a sostenere ogni cosa, che fusse a piacere di Dio. Poi la mattina seguente, cioè la mattina di Santa Croce, la quale era quello anno in Venerdì, all’aurora io usci’ della cella in fervore di spirito grandissimo, e andai a stare in orazione in questo luogo, ove tu se’ ora, nel quale luogo ispesse volte orava. E orando io, ecco per l’aria discendea da Cielo uno giovane crocifisso, in forma di Serafino con sei alle, e con grande empito: al cui maraviglioso aspetto io m’inginocchiai umilmente, e cominciai a contemplare divotamente dello ismisurato amore di Gesù Cristo Crocifisso, e dello ismisurato dolore della passione sua: e l’aspetto suo generò in me tanta compassione, che a me pareva propiamente di sentire essa passione nel mio corpo; ed alla presenza sua tutto questo Monte risplendeva come Sole; e così discendendo venne presso a me. E stando dinanzi a me, mi disse certe parole segrete, le quali io non ho ancora rivelate a persona; ma e’ s’appressa il tempo, che elle si riveleranno. Poi dopo alcuno ispazio, Cristo si partì e ritornò in Cielo; ed io mi trovai così segnato di queste piaghe. Va dunque, disse Santo Francesco, e queste cose di’ sicuramente al tuo Ministro; imperocchè questa ène operazione di Dio, e non di uomo. E dette queste parole, Santo Francesco mi benedisse, e ritornossi in Cielo con una grande moltitudine di giovani isplendentissimi. Tutte queste cose il detto Frate Matteo disse, sè avere vedute e udite, non dormendo, ma vegghiando. E così giurò corporalmente avere detto al detto Ministro, a Firenze nella cella sua, quando egli lo richiese di ciò per obbedienzia. 

Come uno santo Frate, leggendo la leggenda di Santo Francesco nel capitolo delle sacre sante Istimate, delle segrete parole, le quali disse il Serafino a Santo Francesco quando gli apparve, pregò tanto Iddio, che S. Frarncesco gliele rivelò. 

Un’altra volta uno Frate divoto e santo, leggendo la leggenda di Santo Francesco nel capitolo delle sacre sante Istimate, cominciò con grande ansietà di spirito a pensare, che parole potessono essere istate quelle così segrete, le quali Santo Francesco disse, che non rivelerebbe a persona, mentre che egli vivesse; le quali il Serafino gli avea dette, quando gli apparve. E dicea questo Frate fra sè medesimo: Quelle parole non volle Santo Francesco dire a persona in vita sua: ma ora dopo la morte sua corporale forse le direbbe, se egli ne fusse pregato divotamente. E d’allora innanzi, cominciò il divoto Frate a pregare Iddio e Santo Francesco, che quelle parole piacesse loro di rivelare, e perseverando questo Frate otto anni in questo priego, l’ottavo anno meritò d’essere esaudito in questo modo. Che un dì dopo mangiare, rendute le grazie in chiesa, istandosi costui in orazione in alcuna parte della chiesa, pregando di questo Iddio e Santo Francesco più divotamente che non solea, e con molte lagrime; egli è chiamato da un altro Frate, ed egli comandato da parte del Guardiano, ch’egli l’accompagnasse alla Terra per utilità del luogo. Per la qual cosa egli, non dubitando che la obbedienzia è più meritoria che la orazione; immantanente ch’egli udì lo comamdamento del Prelato, lascia l’orazione umilmente, e va con quello Frate che lo chiamava. E come piacque a Dio, costui in quello atto della pronta obbedienza meritò quello, che per lungo tempo d’orazione non avea meritato. Onde così tosto, come fuori della porta del luogo e’ furono, e’ si scontrarono in due Frati forestieri, li quali pareano che venissero di lungi paesi; e l’uno di loro parea giovane, e l’altro antico e magro, e per lo mal tempo erano tutti fangosi e molli. Di che quello ubbidiente Frate, avendo loro grande compassione, disse al compagno con cui egli andava: O fratello mio carissimo, se ‘l fatto per lo quale noi andiamo si può un poco indugiare; imperocchè cotesti Frati forestieri hanno gran bisogno d’essere ricevuti caritevolmente; io ti priego che tu mi lasci in prima andare a lavare loro i piedi, e spezialmente a questo Frate antico che n‘ha maggiore bisogno, e voi potrete lavarli a questo più giovane; e poi andremo per li fatti del Convento. Allora condiscendendo questo Frate alla carità del compagno, ritornarono dentro, e ricevendo questi Frati forestieri molto caritevolmente, sì gli menarono in cucina al fuoco a scaldarsi e a rasciugarsi; al quale fuoco si riscaldavano otto altri Frati del luogo. E stati che furono un poco al fuoco, li trassono da parte per lavare loro li piedi, secondo che insieme aveano composto. E lavando quello Frate obbediente e divoto li piedi a quel Frate più antico, e levandone il fango, perocchè erano molto fangosi, e ragguardando, e’ vide li suoi piedi segnati delle sacre sante Istimate; e subitamente per allegrezza e stupore abbracciandolo istretto, cominciò a gridare: O tu se’ Cristo, o tu se’ Santo Francesco. A questa voce e a queste parole, levansi suso i Frati che erano al fuoco, e traggono là a vedere con grande tremore e reverenzia quelle gloriose Istimate. E allora questo Frate antico a’ loro prieghi permette, ch’eglino chiaramente le veggano e tocchino e bacino. E ancora più maravigliandosi eglino per la allegrezza, e’ disse loro: Non dubitate e non temete, Frati carissimi e figliuoli; io sono il vostro Padre Frate Francesco, il quale, secondo la volontà di Dio, fondai tre ordini. E conciossiacosach’io sia istato pregato, già otto anni è, da questo frate il quale mi lava i piedi, e oggi più ferventemente che mai altre volte, che io gli riveli quelle parole segrete, che mi disse il Serafino quando mi diede le Istimate; le quali parole io non volli rivelare mai in vita mia; oggi per comandamento di Dio, per la sua perseveranzia, e per la sua pronta obbedienzia, per la quale egli lasciò la sua dolcezza della contemplazione, io sono mandato da Dio a rivelargli dinanzi a voi quello ch’egli addomanda. E allora volgendosi Santo Francesco verso quello Frate, disse così: Sappi, carissimo Frate, che essendo io in sul Monte della Vernia, tutto assorto nella memoria della Passione di Cristo in quella apparizione serafica, io fui da Cristo così istimatizzato nel corpo mio, e allora mi disse Cristo: Sai tu quello, ch’io t’ho fatto? io t’ho dato i segnali della mia passione acciocchè tu sia mio confaloniere. E come io il dì della morte mia discesi al Limbo, e tutte le anime le quali io vi trovai, in virtù delle mie Istimate ne trassi, e menaile a Paradiso; così concedo a te insino a ora; acciocchè tu mi sia conforme così nella morte, come mi s’è stato nella vita: che tu, poichè sarei passato di questa vita, ogni anno il dì della tua morte vada al Purgatorio, e tutte l‘anime degli tuoi tre Ordini, cioè Minori, Suore, e Continenti, e oltre a questo, quelle de’ tuoi divoti le quali tu vi troverai, ne tragghi in virtù delle tue Istimate le quali io t’ho date, e menile a Paradiso E queste parole io non dissi mai, mentre che io vissi nel mondo, e dette queste parole, Santo Francesco e il compagno subito isparirono. Molti Frati poi udirono questo da quelli otto Frati, che furono presenti a questa visione e parole di Santo Francesco. 

Come Santo Francesco essendo morto apparve a Frate Giovanni della Verna, stando in orazione. 

In sul Monte della Vernia apparve una volta Santo Francesco a Frate Giovanni della Vernia, uomo di grande santitade, istando egli in orazione, e istette e parlò con lui per grandissimo spazio: e finalmente volendosi partire, disse così: Domandami ciò che tu vuogli. Disse Frate Giovanni: Padre, io ti priego, che tu mi dichi quello che io ho lungo tempo desiderato di sapere, cioè quello che voi facevate, e ove voi eravate, quando v’apparve il Serafino. Risponde Santo Francesco: Io orava in quello luogo, dov’è ora la Cappella del Conte Simone da Battifolle, e chiedeva due grazie al mio Signore Gesù Cristo. La prima era, che mi concedesse in vita mia, che io sentissi nella anima mia e nel corpo mio, quanto fusse possibile, tutto quel dolore, il quale egli avea sentito in sè medesimo al tempo della sua acerbissima passione. La seconda grazia ch’io gli addomandai, si era similmente; ch’io sentissi nel cuore mio quello eccessivo amore, del quale egli s’accendea a sostenere tanta passione per noi peccatori. E allora Iddio mi mise nel cuore, che mi concederebbe di sentire l’uno e l’altro, quanto fusse possibile a pura creatura: la quale cosa bene mi fu adempiuta nella ‘mpressione delle Istimate. Allora Frate Giovanni il domanda; se quelle parole segrete, le quali gli avea detto il Serafino, erano istate in quello modo, che ricitava quello santo Frate detto di sopra; lo quale affermava, che le avea udite da Santo Francesco, che così era il vero, come quello Frate avea detto. Allora Frate Giovanni prende sicurtà di domandare, per la liberalità del conceditore, e dice così: O Padre, io ti priego instantissimamente, che tu mi lasci vedere e baciare le tue sacre sante gloriose Istimate; non perchè io ne dubiti niente, ma solo per mia consolazione; imperocchè io ho questo sempre desiderato. E Santo Francesco liberamente mostrandogliele e porgendogliele, Frate Gliovanni chiaramente le vide e toccò e baciò. E finalmente il domandò: Padre, quanta consolazione ebbe l‘anima vostra, veggendo Ciritto benedetto venire a voi, a donarvi gli segnali della sua santissima Passione? ora volesse Iddio, che io ne sentissi un poco di quella suavitade! Risponde allora Santo Fraucesco: Vedi tu questi chiovi? dice Frate Giovanni: Padre sì. Tocca un’altra volta, dice Santo Francesco, questo chiovo ch’è nella mia mano. Allora Frate Giovanni con grande riverenzia e timore tocca quello chiovo; e subitamente in quel toccare, tanto odore n’uscì, come una vergola di fummo, a modo che d’incenso, ed entrando per lo naso di Frate Giovanni, di tanta soavità empiè l‘anima sua e ‘l corpo, che immantanente egli fu ratto in Dio in ettasi e divenuto insensibile; e così ratto istette da quella ora, che era l’ora di terza, insino a vespro. E questa visione e dimestico parlare con Santo Francesco Frate Giovanni non disse mai ad altri, che al confessore suo, se non quando venne a morte; ma essendo presso alla morte, la rivelò a più Frati. 

D’uno santo Frate, che vide una mirabile visione di uno suo compagno, essendo morto. 

Nella provincia di Roma, uno Frate molto divoto e santo vide questa mirabile visione. Essendo morto una notte, e la mattina sotterrato dinanzi alla entrata del Capitolo, uno carissimo Frate suo Compagno; il dì medesimo si ricolse quello Frate in uno canto del Capitolo dopo desinare, a pregare Iddio e Santo Francesco divotamente per l‘anima di questo Frate morto suo compagno. E perseverando egli in orazione con prieghi e con lagrime, di meriggio quando tutti gli altri erano iti a dormire; ecco, che sentì uno grande strascinio per lo chiostro, di che subitamente con grande paura egli dirizza gli occhi verso il sepolcro di questo suo compagno; e videvi stare in sulla entrata del Capitolo Santo Francesco, e dietro a lui una grande moltitudine di Frati dintorno al detto sepolcro. Guarda più oltre, e vide nel mezzo del chiostro un fuoco di fiamma grandissima, e nel mezzo della fiamma; istare l‘anima di quello suo compagno morto. Guarda dintorno al chiostro, e vide Gesù Cristo andare dintorno al chiostro con grande compagnia d’Angeli e di Santi. Ragguardando queste cose con grande istupore, e’ vede, che quando Cristo passa dinanzi al Capitolo, Santo Francesco con tutti quelli Frati s’inginocchia, e dice così: Io ti priego, carissimo mio Padre e Signore, per quella inestimabile carità, la quale tu mostrasti alla umana generazione nella tua incarnazione, che tu abbi misericordia della anima di quello mio Frate, il quale arde in quello fuoco, e Cristo non rispondeva niente, ma passa oltre. E ritornando la seconda volta e passando dinanzi al Capitolo, S. Francesco anche s’inginocchia co’ suoi Frati come prima, e pregalo in questa forma: Io ti priego, pietoso Padre e Signore, per la ismisurata carità che tu mostrasti alla umana generazione, quando moristi in sul legno della Croce, che tu abbi misericordia dell’anima di quello mio Frate, e Cristo similmente passava, e non lo esaudiva. E dando la volta intorno al chiostro, ritornava la terza volta, e passava dinanzi al Capitolo; ed allora Santo Francesco, inginocchiandosi come prima, li mostrò le mani e li piedi e ‘l petto e disse così : Io ti priego, pietoso Padre e Signore, per quello grande dolore e grande consolazione ch’io sostenni, quando tu imponesti queste Istimate nella carne mia, che tu abbi misericordia dell’anima di quello mio Frate, che è in quello fuoco di Purgatorio. Mirabile cosa! essendo pregato Cristo questa terza volta da Santo Francesco sotto il nome delle sue Istimate, immantanente ferma il passo, e riguarda le Istimate, ed esaudisce il priego e dice così: A te, Francesco, io concedo l‘anima del Frate tuo. Ed in questo, per certo volle onorare e confermare le gloriose Istimate di Santo Francesco; e apertamente significare, che l‘anime de’ suoi Frati che vanno al Purgatorio, non più agevolmente che in virtù delle sue Istimate, sono liberate dalle pene, e menate alla gloria di Paradiso; secondo le parole, che Cristo imprimendogliele, disse a Santo Francesco. Onde subitamente dette queste parole, quel fuoco del chiostro isvanì, e ‘l Frate molto se ne venne a Santo Francesco; e insieme con lui e con Cristo, tutta quella beata compagnia col loro Re glorioso, se ne andò in Cielo. Della qual cosa questo suo compagno Frate ch’avea pregato per lui, veggendolo liberato dalle pene e menatolo a Paradiso, ebbe grandissima allegrezza; e poi narrò agli altri Frati per ordine tutta la visione, ed insieme con loro laudò e ringraziò Iddio. 

Come uno nobile Cavaliere divoto di Santo Francesco fu certificato della morte, e delle sacre sante Istimate di Santo Francesco. 

Un nobile Cavaliere da Massa di Santo Piero, ch’avea nome Messer Landolfo; il quale era divotissimo di Santo Francesco, e finalmente per le sue mani ricevette l’abito del terzo Ordine; fu in questo modo certificato della morte di Santo Francesco e delle sue sacre sante gloriose Istimate; che essendo Santo Francesco vicino alla morte, in quel tempo entrò il Demonio addosso a una femmina del detto Castello, e crudelmente la tormentava, e con questo la faceva parlare per lettera sì sottilmente, che tutti i savj uomini e litterati, che veniano a disputare con lei, ella vincea. Avvenne, che partendosi da lei il Demonio, la lasciò libera due dì; ed il terzo dì ritornando in lei, l’affliggeva troppo più crudelmente che prima. La quale cosa udendo Messer Landolfo, se ne va a questa femmina, e domanda il Demonio che abitava in lei, quale era la cagione, che s’era partito da lei due dì, e poi tornando la tormentava più aspramente che prima. Risponde il Demonio: Quando io la lasciai fu, ch’io con tutti li miei compagni che sono in queste parti, ci ricogliemmo insieme, e andammo molto forti alla morte del mendico Francesco, per disputare con lui e prendere l‘anima sua: ma essendo ella attorneata e difesa da maggiore moltitudine d’Angeli che non eravamo noi, e da loro portata dirittamente in Cielo, e noi ci siamo partiti confusi: sicchè io ristoro e rendo a questa misera femmina quello, che in que’ due dì io ho lasciato. E allora Messere Landolfo lo scongiurò dalla parte di Dio, che dovesse dire quello che era di verità della santità di Santo Francesco, il quale diceva ch’era morto, e di Santa Chiara ch’era viva. Risponde il Demonio: Dirottene, o voglia no, quello ch’è vero. Egli era tanto indegnato Iddio Padre contra gli peccati del mondo, che in brieve parea che volesse dare contra gli uomini, e contra alle femmine la diffinitiva sentenzia, e disterminargli dal mondo, se non si correggessono. Ma Cristo suo Figliuolo, pregando per gli peccatori, promise di rinnovare la sua vita e la sua passione in uno uomo, cioè in Francesco poverello e mendico; per la cui vita e dottrina, e’ riducerebbe di tutto il mondo molti alla via della verità, e molti ancora a penitenzia. E ora per mostrare al mondo ciò ch’egli avea fatto in Santo Francesco, ha voluto che le Istimate della sua passione, le quali egli gli avea impresse nel suo corpo in vita sua, sieno ora vedute da molti e toccate nella morte sua. Similmente e la Madre di Cristo promise di rinnovare la sua purità virginale, e la sua umiltade in una femmina, cioè in Suora Chiara per tale modo, che per lo suo esemplo ella trarrebbe molte migliaja di femmine delle nostre mani. E così per queste promessa Iddio Padre mitigato, indugiò la sua diffinitiva sentenzia. Allora Messere Landolfo, volendo sapere di certo se ‘l Demonio, ch’è camera e padre di bugia, in queste cose dicea vero, e spezialmente della morte di Santo Francesco; mandò uno suo fedele donzello ad Ascesi a Santa Maria degli Angeli, a sapere se Santo Francesco era vivo, o morto: il quale donzello giugnendo là, certamente trovò, e così ritornando riferiva al suo Signore, che appunto il dì e l’ora che il Demonio avea detto, Santo Francesco era passato di questa vita. 

Come Papa Gregorio Nono, dubitando delle Istimate di Santo Francesco, ne fu chiarito. 

Lasciando tutti li miracoli delle sacre sante Istimate di Santo Francesco, li quali si leggono nella sua Leggenda, per conclusione di questa quinta Considerazione, è da sapere che a Papa Gregorio Nono; dubitando un poco della piaga del costato di Santo Francesco, secondo che poi egli recitò; apparve una notte Santo Francesco, e levando un poco alto il braccio ritto, iscoperse la ferita del costato, e chiesegli una guastada; e egli la facea recare; e Santo Francesco se la facea porre sotto la ferita del costato; e parve veramente al Papa, ch’ella s’empiesse insino al sommo di sangue mescolato con acqua, che usciva della detta ferita, e d’allora innanzi si partì da lui ogni dubitazione. E poi egli, di consiglio di tutti i Cardinali, approvò le sacre sante Istimate di Santo Francesco; e di ciò diede alli Frati privilegio ispeziale colla bolla pendente; e questo fece a Viterbo, lo undecimo anno del suo Papato: e poi l’anno duodecimo, ne diede un altro più copioso. Ancora Papa Nicolò Terzo, e Papa Alessandro diedono di ciò copiosi privilegj, per li quali chiunque negasse le sacre sante Istimate di Santo Francesco, si potrebbe procedere contra di lui, sicome contra eretico. E questo basti, quanto quinta Considerazione delle gloriose sacre sante Istimate del nostro Padre Santo Francesco; la cui vita Iddio ci dia grazia si di seguitare in questo mondo, che per virtù delle sue Istimate gloriose noi meritiamo di essere salvati con lui in Paradiso. 
A laude di Gesù Cristo, e del Poverello Santo Francesco. 
Amen.

Texto Traduzido

quinta

Quinta e última consideração dos sagrados santos estigmas do bem-aventurado São Francisco. Amém.

 

A quinta e última consideração é sobre algumas aparições, revelações e milagres que Deus fez e demonstrou depois da morte de São Francisco, para confirmar os sagrados santos estigmas e a notificação do dia e da hora em que Cristo os deu a ele. 
Quanto a isto, devemos pensar que no ano do Senhor 1282, no dia... do mês de outubro, Frei Filipe, ministro da Toscana, por ordem de Frei Bonagrazia, ministro geral, pediu pela santa obediência a Frei Mateus de Castiglione Aretino, homem de grande devoção e santidade, que lhe dissesse o que sabia sobre o dia e a hora em que os sagrados santos estigmas foram impressos no corpo de São Francisco, pois soubera que ele tinha tido uma revelação sobre isso. Frei Mateus, obrigado pela santa obediência, respondeu assim: 
“Estando eu de família no Alverne, no ano passado e no mês de maio, pus-me um dia em oração na cela que há no lugar em que se crê que aconteceu aquela aparição do Serafim. Na minha oração, pedi a Deus devotissimamente que lhe aprouvesse revelar a alguma pessoa o dia, a hora e o lugar em que os sagrados santos estigmas foram impressos no corpo de São Francisco. 
E, perseverando eu em oração nessa súplica para lá do primeiro sono, São Francisco me apareceu com uma luz enorme e me disse: “Filho, o que estás pedindo a Deus?”. E eu lhe disse: “Pai, peço tal coisa”. E ele me disse: “Eu sou o teu pai Francisco. Tu me conheces bem?”. E disse: “Sim, pai”. Então ele me mostrou os sagrados santos estigmas das mãos, dos pés e do peito e disse: “Chegou a hora em que Deus quer que se manifeste para sua glória aquilo que os frades do passado não cuidaram de saber. Sabe que aquele que me apareceu não foi um Anjo, mas foi Jesus Cristo na forma de um Serafim. Com suas mãos ele imprimiu no meu corpo estas cinco chagas como as recebeu no seu corpo na cruz. E foi deste modo: que no dia antes da exaltação da santa cruz veio a mim um Anjo e me disse da parte de Deus que eu me preparasse para ter paciência e para receber aquilo que Deus me quisesse mandar. E eu respondi que estava preparado para tudo que aprouvesse Deus. 
Depois, na manhã seguinte, isto é, na manhã da santa Cruz, que naquele ano era numa sexta-feira, eu saí da cela na aurora em grandíssimo fervor de espírito e vim ficar em oração nesse lugar em que estás agora. Nesse lugar eu rezei muitas vezes. E, enquanto eu orava, eis que pelo ar descia do céu um jovem crucificado em forma de um Serafim com seis asas, com grande ímpeto. Diante dessa visão maravilhosa, eu me ajoelhei humildemente e comecei a contemplar devotamente o amor sem medidas de Jesus Cristo crucificado e a dor sem tamanho da sua paixão. 
Seu aspecto gerou em mim tanta compaixão que me parecia sentir justamente em meu corpo essa paixão. E na sua presença todo este monte resplandecia como o sol. E, assim descendo, veio perto de mim e, estando na minha frente, disse-me algumas palavras secretas, que ainda não revelei a ninguém. Mas aproxima-se o tempo em que elas serão reveladas. 
Depois de algum tempo, Cristo foi embora e voltou para o céu. E eu me percebi assim marcado com estas chagas. Então vai,” disse São Francisco,” e dize cm segurança estas coisas ao teu ministro, pois esta é uma ação de Deus e não do homem”. Ditas essas palavras, São Francisco me abençoou e voltou para o céu com uma grande multidão de jovens esplendorosíssimos”. 
O referido Frei Mateus disse que tinha visto e ouvido tosas essas coisas, não dormindo, mas velando. E assim jurou corporalmente para o dito ministro em Florença, na sua cela, quando ele lhe perguntou sobre isso por obediência. 

Como um santo frade, lendo a legenda de São Francisco, no capítulo dos sagrados santos estigmas a respeito das palavras secretas que o Serafim disse a São Francisco quando lhe apareceu, rogou tanto a Deus que São Francisco as revelou para ele. 

Uma outra vez, um frade devoto e santo, lendo a legenda de São Francisco no capítulo dos sagrados santos estigmas, começou a pensar com grande ansiedade de espírito que palavras podiam ser aquelas tão secretas, que São Francisco disse que não revelaria a ninguém enquanto vivesse, que o Serafim lhe tinha dito quando lhe apareceu. E esse frade dizia consigo mesmo: “São Francisco não quis dizer as palavras a ninguém enquanto estava vivo, mas agora, depois de sua morte, talvez as diga, se lhe for pedido com devoção”. E daí em diante começou o devoto frade a rogar a Deus e a São Francisco que lhes aprouvesse revelar aquelas palavras. Perseverando esse frade por oito anos nesse pedido, no oitavo ano mereceu ser ouvido deste modo. 
Porque, um dia, depois de comer, tendo dado graças na igreja, ele estava em oração em uma parte da igreja e rezando para isso a Deus e a São Francisco mais devotamente do que costumava e com muitas lágrimas, ele foi chamado por um outro frade e lhe foi ordenado da parte do guardião que ele o acompanhasse à cidade para a utilidade do lugar. Por isso, ele, sem duvidar de que a obediência é mais meritória do que a oração, assim que ouviu a ordem do prelado, deixou a oração e foi humildemente com o frade que o chamara. E como aprouve a Deus, ele, naquele ato de pronta obediência, mereceu o que por longo tempo de oração não tinha merecido. 
Assim, logo que eles saíram da porta do lugar, encontraram-se com dois frades forasteiros que pareciam vir de países longínquos, e um deles parecia jovem e outro antigo e magro, molhados e enlameados pelo mau tempo. Por isso o frade obediente, tendo grande compaixão deles, disse ao companheiro com quem ia: “Ó meu irmão caríssimo, se pudermos demorar um pouco para fazer o que nos foi mandado, pois estes frades forasteiros têm necessidade de serem recebidos com caridade, eu te peço que me deixes ir primeiro lavar os pés deles e especialmente deste frade antigo, que tem agora maior necessidade, e tu poderá lavar os deste jovem. Depois iremos cuidar das coisas do lugar”. 
Então, condescendendo o frade com a caridade do companheiro, voltaram para dentro e, recebendo os frades forasteiros com muita caridade, levaram-nos para a cozinha para se esquentarem e enxugarem diante do fogo. Junto desse fogo estavam se esquentando outros oito frades do lugar. 
Depois de ficarem um pouco junto do fogo, levaram-nos à parte para lavar os seus pés, como tinham combinado. E enquanto o frade obediente e devoto lavava os pés do frade mais antigo e lhe tirava o barro, pois estavam muito enlameados, olhou e viu que seus pés estavam marcados pelos estigmas. Subitamente, pela alegria e o estupor, abraçou-lhe apertado os pés e começou a gritar: “Ou és Cristo ou és São Francisco”. 
Ouvindo esse grito e essas palavras, levantaram-se na hora os frades que estavam junto ao fogo e foram lá para ver, com grande temor e reverência aqueles gloriosos estigmas. E então o frade antigo, a pedido deles permitiu que eles os vissem, tocassem e beijassem. E estando eles ainda mais maravilhados pela alegria, ele lhes disse: “Não duvideis e nem temais, caríssimos frades meus filhos; eu sou o vosso pai Frei Francisco, que, segundo a vontade de Deus, fundei as três Ordens. E como isso é coisa que já me foi pedido já fazem oito anos por este frade que me lava os pés, e hoje com mais fervor do que nas outras vezes, que eu lhe revele aquelas palavras secretas que o Serafim me disse quando me deu os estigmas, palavras que eu nunca quis revelar durante minha vida, mas hoje, por ordem de Deus e por sua perseverança e pronta obediência, pela qual ele deixou a doçura de sua contemplação, fui mandado por Deus para lhe revelar, diante de vós, o que ele me pediu”. E então, virando-se para o frade, São Francisco disse assim: 
“Sabe, caríssimo frade, que quando eu estava no monte Alverne, todo absorto na memória da paixão de Cristo, naquela aparição seráfica eu fui assim estigmatizado no meu corpo, e então Cristo me disse: ”Sabes o que foi que eu te fiz? Eu te dei os sinais da minha paixão, para que tu sejas meu porta-bandeira. E como no dia de minha morte desci ao limbo, trouxe e levei para o paraíso, em virtude de meus estigmas, todas as almas que lá encontrei, assim eu te concedo desde já, para que me sejas tão conforme na morte como foste na vida, que tu, depois que tiveres passado deste vida, todos os anos, no dia da tua morte, vás ao purgatório, tires e leves para o paraíso todas as almas das tuas três Ordens, isto é, Menores, Irmãs e Continentes, e além delas as dos teus devotos que lá encontrares”. Essas palavras eu nunca disse enquanto estive no mundo”. 
Ditas essas palavras, São Francisco e os companheiros desapareceram de repente. Muitos frades ouviram isso depois daqueles oito frades que estavam presentes nessa visão e nas palavras de São Francisco. 
Para louvor de Jesus Cristo e do pobrezinho Francisco. Amém. 

Como São Francisco, estando morto, apareceu a Frei João do Alverne, que estava em oração. 

No monte Alverne São Francisco apareceu uma vez a Frei João do Alverne, homem de grande santidade, que estava em oração. Ficou e falou com ele por muito tempo. E finalmente, quando quis partir, disse-lhe: “Pede-me o que tu queres”. Frei João disse: “Pai, eu te peço que tu me digas o que desejo saber há muito tempo, isto é, o que fazias e onde estavas quando te apareceu o Serafim”. 
São Francisco respondeu: “Eu estava rezando naquele lugar onde está agora a capela do conde Simão de Batifolle, e pedia duas graças ao meu Senhor Jesus Cristo. A primeira, que me concedesse durante a minha vida que sentisse na minha alma e no meu corpo, quanto fosse possível, toda aquela dor que ele tinha sentido em si mesmo no tempo da sua acerbíssima paixão. A segunda graça que eu lhe pedi foi, parecidamente, que eu sentisse no meu coração aquele excessivo amor de que ele estava aceso ao suportar tamanha paixão por nós, pecadores. 
E então Deus me pôs no coração que me permitiria sentir uma e outra coisa, quanto fosse possível para uma pura criatura. O que me foi cumprido muito bem na impressão dos estigmas”. Então Frei João perguntou-lhe se aquelas palavras secretas que o Serafim lhe tinha dito tinham sido daquele jeito que contava aquele santo frade de que falamos acima, que afirmava que as tinha ouvido de São Francisco na presença de oito frades. São Francisco afirmou que era verdade como o frade dizia. 
Então Frei João ainda criou coragem de perguntar, pela liberalidade de quem o concedia, e disse assim: “Ó pai, eu te rogo insistentemente que me deixes ver e beijar os teus gloriosos estigmas, não porque eu tenha alguma dúvida, mas só para a minha consolação, porque eu sempre desejei isso”. E como São Francisco mostrou-os livremente e os estendeu para ele, Frei João viu-os claramente, tocou-os e os beijou. 
E no fim lhe perguntou: “Pai, quanta consolação teve tua alma vendo Cristo bendito vir a ti e dar-te os sinais da sua santíssima paixão! Deus me dera que eu sentisse um pouco dessa suavidade!”. Então São Francisco respondeu: “Estás vendo estes cravos?”. E Frei João: “Pai, sim”. São Francisco disse: toca mais uma vez este cravo que está na minha mão. Então Frei João, com grande reverência e temor, tocou aquele cravo e, de repente, quando o tocou, saiu tanto perfume como um fio de fumaça como de incenso e, entrando pelo nariz de Frei João, encheu sua alma e seu corpo de tanta suavidade que ele foi imediatamente arrebatado em Deus, em êxtase, e ficou insensível. E ficou assim arrebatado desde aquela hora, que era a terça, até as vésperas. 
Frei João nunca contou a outros essa visão e a conversa familiar com São Francisco, a não ser ao seu confessor, quando chegou à morte. Mas quando estava perto da morte, revelou-o a outros frades. 
Para louvor de Jesus Cristo e do pobrezinho Francisco. Amém. 

De um santo frade que teve uma admirável visão de um seu companheiro sendo morto. 

Um frade, muito devoto e santo, teve, na província de Roma, esta admirável visão. Tendo morrido numa noite e sido enterrado na manhã seguinte na entrada do capítulo um frade que era seu caríssimo companheiro, no mesmo dia o referido frade recolheu-se em um canto do capítulo, depois da refeição, para pedir devotamente a Deus e a São Francisco pela alma do frade morto que era seu companheiro. 
Tendo perseverado na oração com pedidos e lágrimas, de noite, quando todos os outros frades tinham ido dormir, eis que ouviu um grande rumor de alguma coisa que se arrastava pelo claustro. Voltou de repente os olhos, com grande medo, para o sepulcro de seu companheiro. Viu que lá na entrada do capítulo estava São Francisco e, atrás dele, uma grande multidão de frades ao redor do sepulcro. Olhou mais adiante e viu no meio do claustro um fogo com uma enorme chama e que no meio da chama estava a alma de seu companheiro morto. Olhou ao redor no claustro e viu Jesus Cristo andando em volta do claustro com grande acompanhamento de Anjos e Santos. 
Olhando tudo isso com grande estupor, viu que, quando Cristo passava na frente do Capítulo, São Francisco se ajoelhou com todos os frades e disse: “Eu te peço, meu caríssimo Pai e Senhor, por aquela inestimável caridade que mostraste pela geração humana na tua encarnação, que tenhas misericórdia da alma daquele meu frade que está ardendo nesse fogo”. Cristo não respondeu nada, mas foi em frente. 
Quando voltou uma segunda vez passando na frente do Capítulo, São Francisco também se ajoelhou com os seus frades como antes e rogou desta forma: “Eu te peço, piedoso Pai e Senhor, pela desmesurada caridade que mostraste ao gênero humano quando morreste sobre o lenho da cruz, que tenhas misericórdia da alma daquele meu frade”. E Cristo passava do mesmo jeito e não o ouvia. 
Dando a volta ao claustro, voltou pela terceira vez e passou na frente do Capítulo. Então São Francisco, ajoelhando-se como antes, mostrou-lhe as mãos, os pés e o peito e disse assim: “Eu te peço, piedoso Pai e Senhor, por aquela grande dor e consolação que suportei quando me impuseste estes estigmas na minha carne, que tenhas misericórdia da alma daquele meu frade que está naquele fogo do purgatório”. 
Coisa admirável! Sendo Cristo rogado nesta terceira vez por São Francisco em nome de seus estigmas, parou imediatamente e olhou para os estigmas, ouviu a prece e disse assim: “A ti, Frei Francisco, eu te concedo a alma do teu frade”. E com isso quis certamente honrar e confirmar os gloriosos estigmas de São Francisco e significar abertamente que as almas de seus frades que vão para o purgatório não são mais facilmente libertadas das penas e levadas para a glória do paraíso que em virtude de seus estigmas, conforme as palavras que Cristo, quando os imprimiu, disse a São Francisco. Por isso, de repente, quando foram ditas essas palavras, o fogo do claustro se dissipou e o frade morto se aproximou de São Francisco e, com ele e com Cristo, toda aquela bem-aventurada companhia gloriosa foi para o céu. 
Por esse motivo, este seu companheiro frade, que tinha rezado por ele, vendo-o livre das penas e levado para o paraíso, teve uma alegria enorme. E depois contou direitinho aos outros frades toda a visão, louvando e agradecendo a Deus junto com eles. 
Para louvor de Jesus Cristo e do pobrezinho Francisco. Amém. 

Como um nobre cavaleiro, devoto de São Francisco, foi certificado da morte e dos estigmas de São Francisco.

Um nobre cavaleiro de Massa de São Pedro, que se chamava monsior Landolfo e que era muito devoto de São Francisco e finalmente recebeu de suas mãos o hábito da Ordem Terceira, foi deste modo certificado da morte de São Francisco e de seus estigmas gloriosos. 
Porque, estando São Francisco perto da morte, entrou nesse tempo o demônio em uma mulher daquele castelo e a atormentava cruelmente, e com isso fazia-a falar à letra tão sutilmente que vencia todos os homens sábios e letrados que vinham disputar com ela. Aconteceu que, indo embora dela, o demônio deixou-a livre dois dias e, quando voltou, no terceiro dia, afligia-a mais cruelmente do que antes. Quando ouviu isso, monsior Landolfo foi procurar a mulher e perguntou ao demônio que morava nela por que tinha ido embora dois dias e, depois, quando voltou, atormentava-a mais asperamente do que antes. 
O demônio respondeu: “Quando a deixei, foi porque eu com todos os meus companheiros, que estão nesta região, nos reunimos e fomos muito fortes à morte do mendigo Francisco para disputar com ele e tomar sua alma. Mas, como ela estava cercada e defendida por uma multidão de Anjos maior do que a nossa e foi levada por eles diretamente para o céu, e nós fomos embora confundidos, eu estou tirando o atraso e fazendo a esta pobre mulher o que perdi em dois dias”. 
Então monsior Landolfo esconjurou-o da parte de Deus que tinha que dizer o que havia de verdade na santidade de Francisco, que ele dizia que tinha morrido, e de Santa Clara, que estava viva. O demônio respondeu: “Vou te dizer, queira ou não, o que é verdade. Deus Pai estava tão indignado contra os pecados do mundo que parecia querer pronunciar em breve a sentença definitiva, exterminando-os do mundo se não se corrigissem. Mas Cristo seu Filho, orando pelos pecadores, prometeu renovar sua vida e sua paixão em um homem, Francisco o pobrezinho mendigo, por cuja vida e doutrina reconduziria, de todo o mundo, muitos para o caminho da verdade e da penitência. E então, para mostrar ao mundo que ele tinha feito isso em São Francisco, quis que os estigmas da paixão – que ele havia imprimido em seu corpo durante a vida – fossem agora vistos por muitos e tocados na sua morte. 
De maneira semelhante, a Mãe de Cristo prometeu renovar sua pureza virginal e sua humildade em uma mulher, isto é, na Irmã Clara, de tal modo que, por seu exemplo, ela arrancaria muitos milhares de mulheres de nossas mãos. E assim, por essas promessas, Deus Pai, apaziguado, adiou sua sentença definitiva”. 
Então, monsior Landolfo, querendo saber ao certo se o demônio, que é abrigo e pai da mentira, estava dizendo a verdade nessas coisas, especialmente sobre a morte de São Francisco, mandou um seu fiel donzel a Assis, para saber em Santa Maria dos Anjos se São Francisco estava vivo ou morto. Chegando lá, o donzel encontrou com certeza como o demônio tinha dito e, quando voltou, assim referiu a seu senhor, que justamente no dia e na hora que o demônio tinha dito, São Francisco tinha passado desta vida. 
Para louvor de Jesus Cristo e do pobrezinho Francisco. Amém. 

Como o Papa Gregório IX, duvidando dos estigmas de São Francisco, foi esclarecido sobre eles. 

Deixando de falar de todos os milagres dos sagrados santos estigmas de São Francisco, que podem ser lidos em sua legenda, para concluir esta quinta consideração devemos saber que o papa Gregório IX, duvidando um pouco da chaga do lado de São Francisco, como ele contou posteriormente, apareceu-lhe uma noite São Francisco e, levantando um pouco o braço direito, descobriu a ferida do peito e lhe pediu uma vasilha. 
Ele mandou busca-la. São Francisco fez com que fosse posta embaixo da ferida do peito e para o Papa pareceu que ela estava sendo enchida até a boca de sangue misturado com água, que saía da dita ferida. E daí em diante foi-se embora toda a sua dúvida. E depois, ele, a conselho de todos os Cardeais, aprovou os sagrados santos estigmas de São Francisco. E disso deu aos frades um privilégio especial com a bula pendente (o selo). E ele fez isso em Viterbo, no décimo primeiro ano de seu papado. No décimo segundo ano, deu um outro mais copioso. 
Também o papa Nicolau III e o papa Alexandre (IV) deram a respeito generosos privilégios, pelos quais se poderia contra quem negasse os estigmas de São Francisco como se fosse um herege. 
Baste isso quanto à quinta consideração dos gloriosos estigmas de nosso ai São Francisco. Que Deus nos dê a graça de seguir sua vida neste mundo, de maneira que, por seus estigmas gloriosos, mereçamos ser salvos com ele no paraíso. 
Para louvor de Jesus Cristo e do pobrezinho Francisco. Amém.