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Segunda

Texto Original

seconda

Della seconda considerazione delle sacre sante Istimate.

 

La seconda considerazione si è, della conversazione di Santo Francesco con li compagni in sul detto Monte della Vernia. E quanto a questa, è da sapere; che udendo Messere Orlando, che Santo Francesco con tre compagni era salito per abitare in sul Monte della Vernia, ébbene grandissima allegrezza; e il dì seguente si mosse egli con molti del suo castello, e vennono a visitare Santo Francesco, portando del pane e del vino, e dell’altre cose da vivere, per lui e per li suoi compagni; e giugnendo lassù, sì gli trovò istare in orazione: e appressandosi a loro, sì gli salutò. Allora Santo Francesco si drizzò, e con grandissima caritade ed allegrezza ricevette Messere Orlando colla sua compagnia; e fatto questo, sì si puose a ragionare insieme, e dopo ch’ebbono ragionato insieme, e Santo Francesco l’ebbe ringraziato del divoto Monte, che egli gli avea donato, e della sua venuta; e egli sì lo pregò, che gli facesse fare una celluzza povera a piede d’un faggio bellissimo il quale era di lunge dal luogo de’ Frati per una gittata di pietra, perocchè quello gli parea luogo molto atto, e divoto alla orazione. E Messere Orlando immantanente la fece fare; e fatto questo, perocchè s’appressava alla sera, ed era tempo di partire, Santo Francesco, innanzi che si partissono, predicò loro un poco; e poi predicato ch’egli ebbe, e dato loro la benedizione Messere Orlando dovendosi partire, egli chiamò da parte Santo Francesco e gli compagni, e disse loro: Frati miei carissimi, e’ non è mia intenzione, che in questo Monte salvatico voi sostegnate nessuna necessitate corporale, per la quale voi possiate meno attendere alle cose spirituali: e però io voglio, e questo vi dico per tutte le volte, che a casa mia voi mandiate sicuramente per ogni vostro bisogno, e se voi faceste il contrario, io l’avrei da voi molto per male: e detto questo, si partì colla sua compagnia, e tornossi al suo Castello. Allora S. Francesco fece sedere i suoi compagni, e sì gli ammaestrò del modo e della vita, che doveano tenere eglino, e chiunque religiosamente vuole vivere ne’ romitorj. E tra l’altre cose, singularmente impuose loro la osservanza della santa povertà, dicendo: Non ragguardate tanto la caritevole profferta di Messere Orlando, che voi in cosa nessuna offendiate la nostra Donna e Madonna santa povertade. Abbiate di certo, che quanto noi più ischiferemo la povertade, tanto più il mondo ischiferà noi, e più necessitade patiremo: ma se noi abbracceremo bene stretta la santa povertà, il mondo ci verrà dietro, e nutricheracci copiosamente. Iddio ci ha chiamati in questa santa Religione per la salute del mondo, ed ha posto questo patto tra noi, e ‘l mondo; che noi diamo al mondo buon esemplo, e ‘l mondo ci provvegga nelle nostre necessitadi. Perseveriamo dunque nella santa povertade, perocch’ella è via di perfezione, ed è arra e pegno delle ricchezze eterne. E dopo molte, e belle e divote parole, e ammaestramenti di questa materia, sì conchiuse dicendo: Questo è il modo del vivere, il quale io impongo a me, e a voi; perocchè io mi veggio appressare alla morte, io m’intendo di stare solitario, e ricogliermi con Dio, e dinanzi a lui piagnere i miei peccati, e Frate Lione, quando gli parrà, mi recherà un poco di pane, e un poco di acqua; e per nessuna cagione non lasciate venire a me nessuno secolare; ma voi rispondete loro per me. E dette queste parole, diede loro la benedizione, e andossene alla cella del faggio; e gli compagni si rimasono nel luogo, con fermo proponimento d’osservare gli comandamenti di Santo Francesco. Ivi a pochi dì, istandosi Santo Francesco allato alla detta cella, e considerando la disposizione del Monte, e maravigliandosi delle grandissime fessure ed aperture di sassi grandissimi, si puose in orazione; e allora gli fu rivelato da Dio, che quelle fessure così maravigliose erano istate fatte miracolosamente, nell’ora della Passione di Cristo, quando, secondo che dice il Vangelista, le pietre si spezzarono. E questo volle Iddio, che singularmente apparesse in su quel Monte della Vernia, perchè quivi si dovea rinnovare la Passione del nostro Signore Gesù Cristo nell’anima sua, per amore e compassione, e nel corpo suo per impressione delle sacre sante Istimate. Avuta che ebbe Santo Francesco quella rivelazione, immantanente si rinchiude in cella, e tutto si ricoglie in sè medesimo, e si dispone a attendere al Misterio di questa rivelazione. E dall’ora innanzi Santo Francesco, per la continova orazione, cominciò ad assaggiare più spesso la dolcezza della divina contemplazione; per la quale egli ispesse volte era sì ratto in Dio, che corporalmente egli era veduto da’ compagni elevato di terra, e ratto fuori di sè. In questi cotali ratti contemplativi, gli erano rivelate da Dio, non solamente le cose presenti e le future, ma eziandio gli segreti pensieri, e gli appetiti de’ Frati; siccome in sè medesimo provò Frate Lione suo compagno in quel dì. Il quale Frate Lione sostegnendo dal Demonio una grandissima tentazione, non carnale, ma ispirituale; si gli venne grande voglia d’avere qualche cosa divota, iscritta di mano di Santo Francesco; e pensavasi, che se l’avesse, quella tentazione si partirebbe, o in tutto, o in parte; avendo questo desiderio, per vergogna e per reverenza non avea avuto ardire di dirlo a Santo Francesco: ma a cui nol disse Frate Lione, sì lo rivelò lo Spirito Santo. Di che Santo Francesco il chiamò a sè, e fecesi recare il calamajo, e la penna e la carta; e con la sua mano iscrisse una lauda di Cristo, secondo il desiderio del Frate, e nel fine fece il segno del Tau, e diedegliela dicendogli: Te’ , carissimo frate, questa carta, e insino alla morte tua la guarda diligentemente. Iddio ti benedica, e guarditi contra a ogni tentazione. Perchè tu abbi delle tentazioni, non ti sgomentare; perocchè allora ti reputo io amico e più servo di Dio, e più ti amo quanto più se’ combattuto dalle tentazioni. Veramente io ti dico, che nessuno si dee riputare perfetto amico di Dio, insino a tanto che non è passato per molte tentazioni e tribulazioni. Ricevendo Frate Lione questa scritta con somma divozione e fede, subitamente ogni tentazione si partì; e tornandosi al luogo, narrò alli compagni con grande allegrezza, quanta grazia Iddio gli avea fatta nel ricevere quella scritta di Santo Francesco; e riponendola, e serbandola diligentemente, con essa feciono poi li Frati molti miracoli. E da quell’ora innanzi, il detto Frate Lione con grande puritade e buona intenzione, cominciò ad iscrutare, e considerare la vita di Santo Francesco: e per la sua puritade, egli si meritò di vedere più e più volte Santo Francesco ratto in Dio, e sospeso da terra, alcuna volta in ispazio d’altezza di tre braccia, alcuna volta di quattro, alcuna volta insino all’altezza del faggio; e alcuna volta lo vide levato in aria tanto in alto, e attorniato di tanto isplendore, che egli appena il potea vedere. E che facea questo semplice Frate, quando Santo Francesco era sì poco elevato da terra, ch’egli il potea aggiugnere? Andava costui pianamente, e abbracciavagli i piedi, baciavagli, e con lagrime dicea: Dio mio, abbi misericordia di me peccatore, e per il meriti di questo Santo uomo, fammi trovare la grazia tua. E una volta tra l’altre, istando egli così sotto ai piedi di Santo Francesco, quando egli era tanto elevato da terra, che non lo potea toccare, egli vide una cedola scritta di lettere d’oro, discendere di Cielo, e porsi in sul capo di Santo Francesco, nella quale cedola erano iscritte queste parole: Qui è la grazia di Dio; e poi che l’ebbe letta, sì la vide ritornare in Cielo. 
Per lo dono di questa grazia di Dio, ch’era in lui, Santo Francesco non solamente era ratto in Dio per contemplazione estatica, ma eziandio alcuna volta era confortato da visitazione angelica. Onde istandosi un dì Santo Francesco, e pensando della morte sua, e dello stato della sua Religione dopo la vita sua, e dicendo: Signore Iddio, che sarà dopo la mia morte della tua famiglia poverella, la quale per la tua benignità hai commessa a me peccatore? chi gli conforterà? chi gli correggerà? chi ti pregherà per loro? e simiglianti parole dicendo, sì gli apparve l‘Angelo mandato da Dio, e confartandolo disse così: Io ti dico dalla parte di Dio, che la professione dell’Ordine tuo non mancherà insino al dì del giudizio; e non sarà nessuno si grande peccatore, che se egli amerà di cuore l’Ordine tuo, egli non truovi misericordia da Dio; e nessuno, che per malizia perseguiti l’Ordine tuo, potrà lungamente vivere. Appresso, nessuno molto reo nell’Ordine tuo, il quale non corregga la sua vita, non potrà molto perseverare nello Ordine. E però non ti contristare, se nella tua Religione tu vedi alcuni Frati non buoni, li quali non osservano la Regola come debbono, e non pensare però, che questa Religione venga meno; imperocchè sempre ve ne saranno molti e molti, li quali serveranno perfettamente la vita del Vangelo di Cristo, e la puritade della Regola; e quelli cotali immantanente dopo la vita corporale se ne andranno a vita eterna, senza passare punto per Purgatorio, alquanti la serveranno, ma non perfettamente; quelli anzi che vadano al Paradiso, saranno in Purgatorio: ma il tempo della loro purgazione ti sarà commesso da Dio. Ma di coloro, che non osservano punto della Regola, non te ne curare, dice Iddio, perocchè non se ne cura egli, e dette queste parole, l‘Angelo si partì, e Santo Francesco rimase confortato e consolato. Appressandosi poi alla festa della Assunzione della nostra Donna, e Santo Francesco cerca opportunità di luogo più solitario e segreto, nel quale egli possa più solitario fare la Quaresima di Santo Michele Arcangelo, la quale comincia per detta festa della Assunzione. Ond’egli chiama Frate Lione, e dicegli così: Va, e istà in sulla porta dello Oratorio del luogo dei Frati, e quando io ti chiamerò, e tu torna a me. Va Frate Lione, e istà in sulla porta; e Santo Francesco si dilungò un pezzo, e chiama forte. Udendosi Frate Lione chiamare, torna a lui; e Santo Francesco gli dice: Figliuolo, cerchiamo altro luogo più segreto, onde tu non possa udire, così quando io ti chiamerò, e cercando, ebbono veduto dalla parte del Monte dal lato della parte del meriggio uno luogo segreto, e troppo bene atto, secondo la sua intenzione; ma non vi si potea andare, perocchè dinanzi vi era una orribile e paurosa apritura di sasso molto grande: di che con grande fatica, e’ vi puosono suso uno legno a moda di ponte, e passarono di là. Allora Santo Francesco mandò per gli altri Frati, e dice loro: come egli intende di fare la Quaresima di Santo Michele in quello luogo solitario; e però gli priega, che eglino vi facciano una celluzza, sicchè per nessuno suo gridare e’ potesse essere udito da loro, e fatta che fu la celluzza di Santo Francesco, dice a loro: Andatene al luogo vostro, e me lasciate qui solitario; perocchè con l’aiuto di Dio, intendo di fare qui questa Quaresima, senza istropiccio, o perturbazione di mente: e però nessuno di voi venga a me, nè nessuno secolare non lasciate venire a me. Ma tu Frate Lione solamente, una sola volta il dì, verrai a me con un poco di pane e d’acqua, e la notte un’altra volta nell’ora del mattutino; e allora verrai a me con silenzio: e quando sei in capo del ponte, e tu mi direi: Domine, labia mea aperies; e se io ti rispondo, vieni, e passa alla cella, e diremo insieme il Mattutino; e se io non ti rispondo, partiti immantanente. E questo dicea Santo Francesco, perocchè alcuna volta era si ratto in Dio, che non udiva, nè sentiva niente con sentimenti del corpo, e detto questo, Santo Francesco diede loro la benedizione: ed eglino si ritornarono al luogo. Venendo adunque la festa della Assunzione, Santo Francesco cominciò adunque la santa Quaresima, con grandissima astinenzia ed asprezza, macerando il corpo, e confortando lo spirito con ferventi orazioni, vigilie e discipline; ed in queste orazioni sempre crescendo di virtù in virtude, disponea l‘anima sua a ricevere li divini misterj, e li divini isplendori, e ‘l corpo a sostenere le battaglie crudeli delli Demonj, con li quali ispesse volte combattea sensibilmente, e fra l’altre fu una volta in quella Quaresima, che uscendo un dì Santo Francesco dalla cella in fervore di spirito, e andando ivi assai appresso a stare in orazione in una tomba di uno sasso cavato, dalla quale insino giù a terra è una grandissima altezza, e orribile e pauroso precipizio; subitamente viene il Demonio con tempesta, e con rovinio grandissimo in forma terribile, e percuotelo per sospignerlo quindi giuso. Di che Santo Francesco, non avendo dove fuggire e non potendo sofferire l’aspetto crudelissimo del Demonio; di subito si rivolse con le mani e col viso e con tutto il corpo al sasso, e raccomandandosi a Dio, brancolando colle mani, se a cosa nessuna si potesse appigliare. Ma come piacque a Dio, il quale non lascia mai tentare li servi suoi più che possono portare; subitamente, per miracolo il sasso, al quale egli s’accostò, si cavò secondo la forma del corpo suo, e si lo ricevette in sè, e a modo, come se egli avesse messa le mani e ‘l viso in una cera liquida, così nel detto sasso s’improntò la forma del viso e delle mani di Santo Francesco, e così ajutato da Dio iscampò dinanzi dal Demonio. Ma quello, che il Demonio non potè fare allora a Santo Francesco, di sospignerlo quindi giuso, si fece poi a buon tempo, dopo la morte di Santo Francesco, a uno suo caro e divoto Frate; il quale in quello medesimo luogo acconciando alcuni legni, acciocchè senza pericolo vi si potesse andare, per divozione di Santo Francesco, e dello miracolo ivi fatto; un dì lo Demonio lo sospinse, quando egli avea in capo un legno grande, il quale egli volea acconciare ivi, e sì lo fece cadere quivi giù con quello legno in capo ma Iddio, che avea campato e preservato Santo Francesco dal cadere, per li suoi meriti campò e preservò il divoto Frate suo del pericolo della caduta: onde cadendo il Frate, con grandissima divozione, e ad alta voce si raccomandò a Santo Francesco: ed egli subitamente gli apparve, e prendendolo, si lo posò giuso in su li sassi, senza fargli avere nessuna percossa, o lesione. Onde avendo udito gli altri Frati il grido di costui, quando cadde e credendo che fosse morto, e minuzzato per l‘alta caduta in su gli sassi taglienti, con grande dolore e pianto, presono il cataletto, e andavano dall’altra parte del Monte, per ricercarne li pezzi del corpo suo, e sotterrargli. Essendo già discesi dal Monte, questo Frate che era caduto, gli scontrò con quello legno in capo, con il quale egli era caduto, e cantava il Te Deum laudamusad alta voce. E maravigliandosi li Frati fortemente; egli innarrò loro per ordine tutto il modo del suo cadere, e come Santo Francesco l’avea campato da ogni pericolo. Allora tutti gli Frati insieme con lui ne vennono al luogo, cantando divotissimamente il predetto salmo, Te Deum laudamus, e laudando e ringraziando Iddio con Santo Francesco del miracolo, che avea adoperato nel Frate suo. Proseguendo dunque Santo Francesco, come detto è, la detta Quaresima, benchè molte battaglie sottenesse dal Demonio, nientedimeno molte consolazioni riceveva da Dio, non solamente per visitazioni angeliche, ma eziandio per uccelli salvatichi: imperocchè in tutto quello tempo della Quaresima un falcone, il quale nidificava ivi presso alla sua cella, ogni notte un poco innanzi Mattutino, col suo canto, e col suo isbattersi alla cella sua si lo destava, e non si partia, insino che egli non si levava suso a dire il Mattutino, e quando Santo Francesco fusse più lasso una volta che l’altra, o debile, o infermo; questo falcone, a modo e come persona discreta e compassionevole, sì cantava più tardi. E così di questo oriuolo Santo Francesco prendea grande piacere; perocchè la grande sollecitudine del falcone scacciava da lui ogni pigrizia, e sollecitavalo ad orare; ed oltr’a questo, di dì si stava alcuna volta dimesticamente con lui. Finalmente, quanto a questa seconda considerazione, essendo Santo Francesco molto indebolito del corpo, tra per l’astinenzia grande, e per le battaglie del Demonio: volendo egli col cibo spirituale della anima confortare il corpo, cominciò a pensare della ismisurata gloria e gaudio de’ Beati di vita eterna; e sopra a ciò incominciò a pregare Iddio, che gli concedesse grazia d’assaggiare un poco di quello gaudio. E istandosi in questo pensiero, subito gli apparve uno Angelo con grandissimo isplendore, il quale avea una viola nella mano sinistra, e lo archetto nella man destra, e stando Santo Francesco tutto istupefatto nello aspetto di questo Angelo, esso menò una volta l’archetto in sù sopra la viola; e subito sentì tanta suavitade di melodia, che indolci l‘anima di Santo Francesco, e sospesela da ogni sentimento corporale; che, secondo che e’ recitò poi alli compagni, egli dubitava, se lo Angelo avesse tirato l’archetto in giuso, che per intollerabile dolcezza l‘anima si sarebbe partita del corpo. E questo è, quanto alla seconda considerazione.

Texto Traduzido

seconda

Segunda consideração dos sagrados santos estigmas.

 

A segunda consideração é sobre o comportamento de São Francisco com os companheiros no referido monte.
Quanto a esta é preciso saber que, quando monsior Orlando ouviu que São Francisco com três companheiros tinha subido para morar no monte Alverne, teve uma enorme alegria e, no dia seguinte, partiu com muitos do seu castelo e foram visitar São Francisco, levando pão, vinho e outras coisas para viver, para ele e para seus companheiros. Quando chegaram lá em cima, encontraram-nos em oração. 
Chegaram perto deles e os saudaram. Então São Francisco se levantou e recebeu com grande caridade e alegria monsior Orlando com a sua companhia. Feito isso, puseram-se a conversar. Depois que conversaram, e São Francisco agradeceu pelo devoto monte que ele tinha dado e pela sua vinda, ele pediu que lhe fizesse construir uma pequena cela pobre ao pé de uma faia muito bonita, que estava uma pedrada longe do lugar dos frades, pois aquele lugar lhe parecia muito devoto e apto para a oração. 
Monsior Orlando mandou construí-la imediatamente. Feito isso, como a noite vinha chegando e era hora de ir embora, São Francisco, antes que eles se fossem, pregou-lhes um pouco. Depois, quando tinha pregado e lhes dado a bênção, devendo monsior Orlando partir, chamou São Francisco e os companheiros à parte e lhes disse assim: “Meus queridos frades, não é minha intenção que passeis nenhuma necessidade corporal neste monte selvagem, de modo que não possais cuidar bem das coisas espirituais. Por isso eu quero, e isto vos digo por todas as vezes, que recorrais à minha casa para todas as vossas necessidades. E se fizerdes o contrário, eu vou ter isso como um mal”. Dito isso, foi embora com sua companhia e voltou para o castelo. 
Então São Francisco mandou seus companheiros sentarem e os instruiu sobre o modo e a vida que deviam ter eles e quem quer que quisesse viver religiosamente nos eremitérios. E entre outras coisas impôs-lhes especialmente a observância da santa pobreza, dizendo: “Não olheis tanto a caridosa oferta de monsior Orlando que ofendais a nossa dama, a senhora santa pobreza. Tende como certo que quanto mais nos esquivarmos da pobreza tanto mais o mundo se esquivará de nós e mais necessidade padeceremos. Mas se nós abraçarmos bem apertada a santa pobreza, o mundo virá atrás de nós e nos nutrirá copiosamente. Deus nos chamou nesta santa religião pela salvação do mundo e estabeleceu este pacto entre nós e o mundo, que nós demos ao mundo bom exemplo e o mundo cuide nós em nossas necessidades. Perseveremos, portanto, na santa pobreza, porque ela é caminho de perfeição e é garantia e penhor das nossas riquezas”. 
Depois de muitas palavras bonitas e devotas, e de ensinamentos sobre essa matéria, concluiu dizendo: “Este é o modo de viver, que eu imponho a mim e a vós. E como vejo que estou me aproximando da morte, quero ficar sozinho, recolher-me com Deus e chorar diante dele os meus pecados. E Frei Leão, quando lhe parecer bem, me levará um pouco de pão e um pouco de água. De modo algum permitais que venha a mim algum secular, mas vós respondereis a ele por mim”. Dizendo essas palavras, deu-lhes a bênção e foi para a cela da faia. Os companheiros ficaram no lugar, com o firme propósito de observar os mandamentos de São Francisco. 
Daí a poucos dias, estando São Francisco ao lado da referida cela, considerando a disposição do monte e admirado das grandes rachaduras e aberturas de enormes rochas, pôs-se em oração. Foi-lhe então revelado por Deus que aquelas rachaduras tão maravilhosas tinham sido feitas milagrosamente na hora da paixão de Cristo, quando, conforme diz o Evangelista, as pedras se racharam. E foi Deus quem quis que isso aparecesse especialmente no monte Alverne, porque lá deveria renovar-se a paixão de nosso Senhor Jesus Cristo, na sua alma por amor e compaixão, e no seu corpo pela impressão pela impressão dos sagrados santos estigmas. 
Quando São Francisco teve essa revelação, fechou-se imediatamente na cela e se dispôs a pensar no mistério dessa revelação. E, desde então, São Francisco, pela contínua oração, começou a provar mais freqüentemente a doçura da divina contemplação, pela qual ele muitas vezes ficava tão arrebatado em Deus que os companheiros o viam elevado da terra e fora de si. 
Nesses arrebatamentos contemplativos eram-lhe reveladas por Deus não só as coisas presentes e futuras mas até os pensamentos secretos e os desejos dos frades, como provou em si mesmo seu companheiro Frei Leão, naquele mesmo dia. O qual Frei Leão, suportando pelo demônio uma grandíssima tentação, não carnal mas espiritual, teve grande vontade de ter alguma coisa devota escrita de própria mão por São Francisco, pensando que, se a tivesse, a tentação iria embora, totalmente ou em parte. Tendo esse desejo, por vergonha e por reverência não tinha tido coragem de dize-lo a São Francisco. 
Mas o Espírito Santo lhe revelou o que Frei Leão não disse. Por isso São Francisco chamou-o a si e fez que lhe levassem tinteiro, pena e papel. E escreveu com a própria mão uma lauda de Cristo, conforme o desejo do frade, e no fim colocou-lhe o sinal do Tau e lhe entregou dizendo: “Querido irmão, eu te dou este papel. Guarda-o diligentemente até a morte. Que Deus te abençoe e te guarde contra toda tentação. Não desanimes porque tens tentações, porque é então que eu te acho amigo e mais servo de Deus e mais te amo, quanto mais és combatido pelas tentações. Na verdade eu te digo que ninguém deve ter-se como perfeito amigo de Deus enquanto não tiver passado por muitas tentações e tribulações”. 
Quando Frei Leão recebeu o escrito com a maior devoção e fé, toda tentação foi embora de repente. Voltando ao lugar, contou aos companheiros com grande alegria quanta graça Deus lhe tinha feito ao receber aquele escrito de São Francisco. Enrolando-o e guardando-o diligentemente, mais tarde os frades fizeram muitos milagres com ele. 
Daquela hora em diante, o dito Frei Leão. Com grande pureza e boa intenção, começou a perscrutar e considerar solicitamente a vida de São Francisco. Por sua pureza ele mereceu ver muitas e muitas vezes São Francisco arrebatado em Deus e suspenso da terra, uma vez a três braças de altura, outra quatro, uma vez até na altura de uma faia e uma vez viu-o elevado tão alto no ar e cercado de tanto esplendor que mal podia enxerga-lo. 
E que fazia este simples frade quando São Francisco estava tão pouco elevado da terra que ele podia alcança-lo? Ia piedosamente, abraçava-lhe os pés, beijava-os e dizia entre lágrimas: Meu Deus, tende misericórdia de mim pecador e, pelos méritos deste santo homem, fazei-me encontrar a vossa graça”. E, uma vez entre outras, estando ele assim abaixo dos pés de São Francisco quando ele estava tão elevado da terra que não podia toca-lo, viu uma cédula escrita com letras de ouro descendo do céu e colocando-se sobre a cabeça de São Francisco. Na cédula, estavam escritas estas palavras: Aqui está a graça de Deus.Depois que a leu, ele viu que ela voltava para o céu. 
Pelo dom dessa graça de Deus que estava nele, São Francisco não só era arrebatado em Deus pela contemplação estática, mas algumas vezes era até confortado pela visita dos Anjos. Assim, estando um dia São Francisco a pensar em sua morte e na situação de sua religião depois de sua vida, e dizendo: “Senhor Deus, que será, depois de minha morte, de tua família pobrezinha, que por tua bondade confiaste a mim pecador? Quem a confortará? Quem a corrigirá? Quem te pedirá por eles?” e, dizendo palavras como essas, apareceu-lhe o Anjo mandado por Deus e confortando-o assim: “Eu te digo da parte de Deus que a profissão de tua Ordem não há de faltar até o dia do juízo, e não haverá pecador tão grande que, se amar de coração a tua Ordem, não há de encontrar misericórdia da parte de Deus. E ninguém que perseguir por maldade a tua Ordem vai poder viver. E mais, ningúem muito réu na tua Ordem, que não corrija sua vida, poderá perseverar na Ordem. Por isso não fiques triste se vês alguns frades não bons, que não observam a regra como devem, e não penses então que essa religião virá a esvair-se, pois sempre haverá nela muitos e muitos que observarão perfeitamente a vida do Evangelho de Cristo e a pureza da Regra; e aqueles que, depois da vida terrena, irão diretamente para a vida eterna sem passar absolutamente pelo purgatório. Alguns não vão observa-la perfeitamente e até os que vão para o paraíso passarão pelo purgatório, mas o tempo de sua purgação será confiado por Deus a ti. Mas não te preocupes com aqueles que não vão mesmo observar a Regra, diz Deus, porque nem ele se preocupa”. Ditas essas palavras, o anjo foi embora e São Francisco ficou todo confortado e consolado. 
Aproximando-se, pois, a festa da Assunção de nossa Senhora, procurou a oportunidade de um lugar mais solitário e secreto em que pudesse fazer a mais à parte a quaresma de São Miguel Arcanjo, que começava na dita festa da Assunção. Por isso chamou Frei Leão e lhe disse assim: “Vai e fica na porta do lugar dos frades; quando eu te chamar, voltarás a mim”. Frei Leão foi e ficou à porta. São Francisco demorou um pouco e o chamou com força. Ouvindo chamar, Frei Leão voltou a ele e São Francisco lhe disse: “Filho, vamos procurar outro lugar mais secreto onde não me possas ouvir assim quando eu te chamar”. 
Procurando, viram no lado do monte, na parte do sul, um lugar secreto e muito bem adequado, como ele queria. Mas não se podia chegar lá, porque na frente havia uma abertura na rocha muito terrível e amedrontadora. Com muita fadiga, puseram em cima dela um tronco como ponte e passaram para o outro lado. Então São Francisco mandou chamar os outros frades e lhes disse como queria fazer a quaresma de São Miguel naquele lugar solitário. 
Pediu então que lhe fizessem uma pequena cela de modo que, por mais que ele gritasse, não poderia ser ouvido por eles. Feita a celinha de São Francisco, ele lhes disse: Voltai para o vosso lugar e deixai-me aqui sozinho pois, com a ajuda de Deus, pretendo fazer aqui esta quaresma sem estropício da mente. Por isso, nenhum de vós venha a mim, nem permitais que venha algum secular. Mas só tu, Frei Leão, uma só vez por dia virás a mim com um pouco de pão e de água, e à noite uma outra vez na hora de matinas. Então virás a mim em silêncio e, quando estiveres no começo da ponte, dirás: Domine, labia mea aperies. E se eu te responder, passa e vem à cela que vamos dizer juntos as matinas. Se eu não te responder, volta imediatamente”. São Francisco dizia isso porque algumas vezes era arrebatado em Deus e então não ouvia nem sentia nada com sentimentos do corpo. Dito isso, São Francisco deu-lhes a bênção, e eles voltaram para o lugar. 
Chegando, portanto, a festa da Assunção, São Francisco começou a santa quaresma e, macerando o corpo com grandíssima abstinência e aspereza, mas confortando o espírito com fervorosas orações, vigílias e disciplinas, crescendo sempre nessas orações de virtude em virtude, dispunha sua alma a receber os mistérios divinos e os divinos esplendores, e o corpo a suportar as batalhas cruéis dos demônios, com os quais muitas vezes combatia sensivelmente. Entre outras, houve uma vez, naquela quaresma em que saindo um dia São Francisco da cela ficando bem perto dali em oração na cavidade de um rochedo, do qual, até lá embaixo no chão há uma grandíssima altura e um horrível e amedrontador precipício, de repente veio o demônio, com tempestade e grandíssimo rumor, em uma forma horrível, e bateu nele para joga-lo dali para baixo. 
Como São Francisco não tinha para onde fugir e não podia suportar o aspecto crudelíssimo do demônio, voltou-se de repente com as mãos, o rosto e todo o corpo para a rocha e, recomendando-se a Deus, tateando com as mãos sem poder agarrar-se a nada. Mas, como aprouve a Deus, que nunca permite que seus servos sejam tentados mais do que podem agüentar, de repente, por milagre, a rocha em que ele se encostou foi cavada de acordo com a forma do seu corpo e o recebeu em si, como se ele tivesse posto as mãos e o rosto em cera líquida, assim na referida rocha ficou marcada a forma das mãos e do rosto de São Francisco. Assim, ajudado por Deus, escapou do demônio. 
Mas o que o demônio não pode fazer então com São Francisco, joga-lo dali para baixo, aconteceu depois, um bom tempo depois da morte de São Francisco, a um seu querido e devoto frade. Ele, arrumando naquele mesmo lugar alguns troncos para poderem ir lá sem perigo por devoção a São Francisco e do milagre que lá fora feito, um dia o demônio o empurrou quando ele levava na cabeça um tronco grande que queria colocar, e o fez cair lá embaixo, com o tronco na cabeça. Mas Deus, que tinha salvado e preservado São Francisco de cair, pelos seus méritos salvou e preservou o devoto frade seu do perigo da queda. 
Por isso, quando ia caindo, o frade se recomendou a São Francisco com grandíssima devoção e em alta voz. Ele apareceu de repente, pegou-o e o colocou lá embaixo, em cima das pedras, sem nenhuma pancada ou lesão. Como os outros frades ouviram o seu grito quando estava caindo, crendo que estivesse morto e esmigalhado pela alta queda sobre rochas cortantes, com grande dor e pranto apanharam o caixão e foram ao outro lado do monte para levar seus pedaços a sepultar. 
Quando já tinha descido o monte, o frade que tinha caído encontrou-se com eles com o tronco na cabeça, e cantava em altas vozes o Te Deum laudamus. Com grande maravilha dos frades, ele lhes contou direitinho todo o modo da sua queda e como São Francisco o havia libertado de todo perigo. Então todos os frades juntos foram com ele para o lugar, cantando com muita devoção o predito salmo Te Deum laudamus, louvando e agradecendo a Deus e a São Francisco pelo milagre que tinha operado por seu frade. 
Prosseguindo então São Francisco, como foi dito, a referida quaresma, embora sustentasse muitas batalhas do demônio, também recebia muitas consolações de Deus, não só por visitas de anjos, mas por pássaros selvagens: pois em todo aquele tempo da quaresma um falcão fez ninho ali perto de sua cela e, toda noite, um pouco antes de matinas, com o seu canto e batendo-se contra a sua cela, despertava-o e não ia embora enquanto São Francisco não se punha em pé para dizer as matinas. Quando São Francisco estava mais cansado, uma vez ou outra, ou débil ou enfermo, o falcão, como pessoa discreta e compassiva, cantava mais tarde. E assim São Francisco ficava muito contente com esse santo relógio, porque a grande solicitude do falcão afastava dele toda preguiça e o solicitava a orar, e, além disso, de dia ficava algumas vezes domesticamente com ele. 
Finalmente, quanto a esta segunda consideração, estando São Francisco muito enfraquecido no corpo, tanto pela grande abstinência como pelas batalhas do demônio, querendo confortar o corpo com o alimento espiritual da alma, começou a pensar na desmesurada glória e gáudio dos bem-aventurados na vida eterna. Estava pensando isso quando lhe apareceu um Anjo com grande esplendor, que tinha uma viola na mão esquerda e um arco na direita. Estando São Francisco todo estupefato pelo aspecto do Anjo, ele passou uma vez o arco sobre a viola; e, de repente, tanta suavidade de melodia dulcificou a alma de São Francisco e a suspendeu de todo sentimento corporal, que, como ele contou depois aos companheiros, não duvidava que, se o anjo tivesse puxado o arco para baixo sua alma teria partido do corpo, pela doçura intolerável. 
E isto é quanto à segunda consideração. 
Para louvor de Jesus Cristo e do pobrezinho Francisco. Amém.