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18. Capitolo della memoria della morte.

Se l’uomo avesse sempre dinanzi agli occhi della mente la memoria della morte sua, e dello ultimo giudicio eternale, e delle pene e delli cruciamenti delle anime dannate; certa cosa è, che mai non gli verrebbe voglia di peccare, nè di offendere Iddio. Ma se fusse cosa possibile, che alcuno uomo fosse vissuto dal principio del mondo per infino al tempo che è ora, e in tutto questo tempo avesse sottenuta ogni avversità, tribolazione, pene, afflizioni e dolori; e costui morisse, e l‘anima sua andasse a ricevere quello eterno bene celestiale; ma che gli nocerebbe tutto quello male, che avesse sostenuto al tempo passato? E così similmente; se l’uomo avesse avuto tutto il tempo predetto ogni bene e ogni dilettazione, piacere e consolazione del mondo, e poi morendo e l’anima sua ricevesse quelle eternali pene dello Inferno; ma che gli gioverebbe ogni bene, ch’egli avesse ricevuto al tempo passato? Uno uomo vagabondo disse; a Frate Egidio: Io sì ti dico, che volentieri vorrei vivere molto tempo in questo mondo, e avere grandi ricchezze e abbondanzia d’ogni cosa, e vorrei essere molto onorato, al quale Frate Egidio disse: Fratello mio, ma se tu fossi Signore di tutto il mondo, e dovessi vivere in esso mille anni in ogni dilettazione, delizie e piaceri e consolazioni temporali, deh dimmi; che premio, o qual merito aspetteresti d’avere di questa tua misera carne, alla quale tanto tu vorresti servire e piacere? Ma io ti dico; che l’uomo che vive secondo Iddio, e che si guarda di non offender Iddio, certo egli riceverà da esso Iddio sommo bene e infinito premio eternale, e grande abbondanzia e grande ricchezza e grande onore e lunga vita eternale in quella perpetua gloria celestiale; alla quale ci produca esso buono Iddio, Signore e Re nostro Gesù Cristo; a laude di esso Gesù Cristo, e del poverello Francesco.