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17. Capitolo della santa obbedienzia.

Quanto più sta lo religioso costretto sotto il giogo della santa obbedienzia, per l’amore di Dio, tanto maggiore frutto darà di sè medesimo a Dio, quanto sarà soggetto al suo maggiore per onore di Dio, tanto sarà più libero e mondo delli suoi peccati. Lo religioso vero obbediente si è simile al cavaliere bene armato e bene a cavallo, il quale passa e rompe sicuramente la schiera delli suoi inimici senza timore, perchè nessuno di loro non lo può offendere. Ma colui che obbedisce con mormorazione e con violenzia, si è simile al cavaliere disarmato e male a cavallo; il quale entrando nella battaglia, sarà gittato per terra dalli suoi nimici, e ferito da loro e preso, e alcuna volta incarcerato e morto. Quello religioso, che vuole vivere secondo lo arbitrio della sua propia volontà, mostra che vuole edificare abitazione perpetua nel profondo dello inferno. Quando il bue mette il capo sotto il giogo, allora lavora bene la terra, sicchè rende buono frutto a suo tempo: ma quando il bue si gira vagabondo, rimane la terra inculta e salvatica, e non rende il frutto suo alla stagione. E così lo religioso che sottomette il capo sotto il giogo della obbedienzia, molto frutto rende al Signore Iddio al tempo suo: ma colui, che non è obbediente di buono cuore al suo Prelato, rimane isterile e salvatico e senza frutto della sua professione. Gli uomini savi e magnanimi sì sottomettono prontamente, senza timore e senza dubitazione, il capo sotto il giogo della santa obbedienzia ma gli uomini istolti e pusillanimi si studiano di trarre fuora il capo di sotto il giogo della obbedienzia santa, e dappoi non vogliono obbedire ad alcuna creatura. Maggiore perfezione reputo che sia al servo di Dio, obbedire puramente al suo Prelato, per reverenzia e amore di Dio, che non sarebbe ad obbedire propriamente a Dio, se esso Iddio il comandasse: imperocchè colui che è obbediente ad uno vicario del Signore, certa cosa è che bene sarebbe ancora obbediente piuttosto al Signore medesimo, se egli gli comandasse. Ancora mi pare, che se alcuno uomo avesse promesso obbedienzia ad altri ed egli avesse grazia di parlare con gli Angeli; e accadesse, che egli stando e favellando con essi Angeli, e colui al quale avesse promesso obbedienzia lo chiamasse; dico, che incontanente debba lasciare il favellare con gli Angeli, e debba correre a fare la obbedienzia per onore di Dio. Colui che ha posto il capo sotto il giogo della obbedienzia santa, e poi vuole trarre il capo fuori di sotto a quella obbedienzia, per volere seguitare vita di più perfezione; dico, che s’egli non è bene perfetto prima nello stato della obbedienzia, che è segno di grande superbia, la quale ascosamente giace nella anima sua. La obbedienzia si è via di pervenire ad ogni bene, e ad ogni virtude; e la inobbedienzia si è via d’ogni male, e d’ogni vizio.