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Terceira

Texto Original

terza

Della terza considerazione delle sacre sante Istimate.

 

Giunto alla terza considerazione, cioè della apparizione serafica , e impressione delle sacre sante Istimate, è da considerare; che appressandosi alla festa della Santissima Croce del mese di Settembre, andò una notte Frate Lione al luogo e all’ora usata, per dire il Mattutino con Santo Francesco; e dicendo da capo del ponte, come egli era usato: Domine, labia mea aperies, e Santo Francesco non rispondendo, Frate Lione non si tornò a dietro, come Santo Francesco gli avea comandato; ma con buona e santa intenzione, passò il ponte, ed entrò pianamente in cella sua; e non trovandolo, si pensò ch’e’ fusse per la selva in qualche luogo in orazione: di che egli esce fuori, e al lume della luna il va cercando pianamente per la selva: e finalmente egli udi la voce di Santo Francesco, e appressandosi, il vide stare ginocchioni in orazione colla faccia e colle mani levate al Cielo; ed in fervore di Spirito sì dicea: Chi se’ tu, dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo? E queste parole medesime pure ripetea, e non dicea nessuna altra cosa. Per la qual cosa Frate Lione maravigliandosi di ciò, levò gli occhi, e guatò in Cielo; e guatando, vide venire dal Cielo una fiaccola di fuoco bellissima, ed isplendentissima, la quale discendendo si posò in capo di Santo Francesco; e della detta fiamma udiva uscire una voce, la quale parlava con Santo Francesco; ma esso Frate Lione non intendea le parole. Udendo questo, e riputandosi indegno di stare così presso a quello luogo santo, dov’era quella mirabile apparizione, e temendo ancora di offendere Santo Francesco, o di turbarlo dalla sua considerazione, se egli da lui fosse sentito: si tirò pianamente addietro, e istando da lunge aspettava di vedere il fine, e guardando fiso, vide Santo Francesco stendere tre volte le mani alla fiamma; e finalmente dopo grande ispazio di tempo, e’ vide la fiamma ritornarsi in Cielo. Di che egli si mnove sicuro e allegro della visione, e tornavasi alla cella sua. E andandosene egli sicuramente, Santo Francesco lo ebbe sentito allo istropiccio de’ piedi sopra le foglie, e comandogli che lo aspettasse. e non si movesse. Allora Frate Lione obbediente stette fermo e aspettollo con tanta paura, che secondo ch’egli poscia recitò a’ compagni, in quel punto egli avrebbe piuttosto voluto, che la terra il tranghiottisse, che aspettare Santo Francesco, il quale egli pensava essere contro di lui turbato; imperocchè com somma diligenzia egli si guardava d’offendere la sua Paternità, acciocchè, per sua colpa, Santo Francesco non lo privasse della sua compagnia. Giugnendo a lui dunque Santo Francesco, domandollo: Chi se’ tu? e Frate Lione tutto tremando rispuose: Io sono Frate Lione, padre mio, e Santo Francesco, gli disse: Perchè venisti tu qua, Frate pecorella? non t’ho io detto, che tu non mi vada osservando? Dimmi per santa obbedienza, se tu vedesti, o udiste nulla. Rispuose Frate Lione: Padre, io t’udii parlare, e dire più volte: Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? che sono io, vermine vilissimo, e disutile servo tuo? E allora inginocchiandosi Frate Lione dinanzi a Santo Francesco, si rendè in colpa della disobbedienza, che egli avea fatta contra il suo comandamento, e chiesegli perdonanza con molte lagrime. E appresso il prega divotamente, che egli esponga quelle parole che avea udite, e dicessegli quelle, che elli non avea intese. Allora veggendo Santo Francesco, che Dio all’umile Frate Lione, per la sua semplicità e puritade, avea rivelato, ovvero conceduto d’udire e di vedere alcune cose, si gli condiscese a rilevargli, ed isporgli quello che egli gli comandava; e disse così: Sappi, Frate pecorella di Gesù Cristo, che quando io dicea quelle parole che tu udisti, allora mi erano mostrati alla anima due lumi; l’uno della notizia e cognoscimento di me medesimo, l’altro della notizia e cognoscimento del Creatore. Quando io diceva: Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? allora era io in un lume di contemplazione, nel quale io vedea l’abisso della infinita bontà e sapienza e potenza di Dio, e quando io dicea: Che sono io, etc., io ero in lume di contemplazione, nel quale io vedea il profondo lagrimoso della mia viltade e miseria; e però dicea: Chi se’ tu, Signore di infinita bontà e sapienza, che degni di visitare me, che sono vile vermine e abbominevole? E in quella fiamma che tu vedesti, era Iddio: il quale in quella ispezie mi parlava, siccome avea anticamente parlato a Moisè. E tra l’altre cose, che mi disse, si mi chiese, che io gli facessi tre doni, ed io gli rispondea: Signore mio, io sono tutto tuo, tu sai bene, che io non ho altro che la tonica, e la corda, e li panni di gamba, ed anche queste tre cose sono tue, che posso dunque io offerere, o donare alla tua Maestà? Allora Iddio mi disse: Cercati in grembo, e offerami quello che tu vi truovi. Io vi cercai, e trovai una palla di oro, e sì l’offersi a Dio; e così feci tre volte, secondo che Dio tre volte mel comandò: e poi m’inginocchiai tre volte, e benedissi e ringraziai Iddio, il quale m’avea dato che offerere. E immantanente mi fu dato ad intendere, che quelle tre offerte significavano la santa obbedienzia, l’altissima povertade, e la splendidissima castità; le quali Iddio, per la sua grazia m’ha conceduto d’osservare sì perfettamente, che di nulla mi riprende la coscienza. E siccome tu mi vedevi mettere le mani in grembo, e offerere a Dio queste tre virtù, significate per quelle tre palle d’oro, le quali Iddio m’avea posto in grembo; così m’ha Iddio donato virtù nell’anima mia, che di tutti i beni e di tutte le grazie, che m’ha concedute per la sua santissima bontà, io sempre col cuore e colla bocca ne lo lodo e magnifico. Queste sono le parole, le quali tu udisti al levare tre volte le mani, che tu vedesti. Ma guardati, Frate pecorella, che tu non mi vadi osservando; e tornati alla tua cella con la benedizione di Dio, e abbi di me sollecita cura: imperocchè di qui a pochi dì, Iddio farà sì grandi e sì maravigliose cose in su questo Monte, che tutto il mondo se ne maraviglierà; perocchè e’ farà alcune cose nuove, le quali egli non fece mai a veruna creatura in questo mondo. E dette queste parole, egli si fece recare il libro de’ Vangeli; perocchè Dio gli avea messo nello animo, che nello aprire tre volte il libro de’ Vangeli, gli sarebbe dimostrato quello, che a Dio piacea di fare di lui. E recato che gli fu il libro, Santo Francesco si gittò in orazione: compiuta l’orazione, si fece tre volte aprire il libro per mano di Frate Lione, nel nome della Santissima Trinità; e come piacque alla divina disposizione, in quelle tre volte sempre si gli parò dinanzi la passione di Cristo. Per la qual cosa gli fu dato ad intendere, che così come egli avea seguitato Cristo negli atti della sua vita, così il dovea seguitare, e a lui conformarsi nelle afflizioni e dolori e nella passione, prima che passasse di questa vita. E da quel punto innanzi Santo Francesco cominciò a gustare, e sentire più abbodantemente la dolcezza della divina contemplazione, e delle divine visitazioni. Tra le quali n’ebbe una immediata e preparativa alla impressione dell Istimate, in questa forma. Il dì, che va innanzi alla festa della Santissima Croce del mese di Settembre, istandosi Santo Francesco in orazione segretamente in cella sua, gli apparve l‘Angelo di Dio, e dissegli dalla parte di Dio: Io ti conforto e ammonisco, che tu ti apparecchi e disponghi umilmente con ogni pazienzia a ricevere ciò, che Iddio ti vorrà dare, ed in te fare. Risponde Santo Francesco: Io sono apparecchiato a sostenere pazientemente ogni cosa, che il mio Signore mi vuole fare: e detto questo, l‘Angelo si partì. Viene il dì seguente, cioè il dì della Santissima Croce; e Santo Francesco la mattina per tempo innanzi dì, si gitta in orazione dinanzi all’uscio della sua cella, e volgendo la faccia inverso l‘Oriente, ed ora in questa forma: O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che mi facci, innanzi che io muoja, la prima, che in vita mia io senta nella anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore, che tu dolce Signore, sostenetti nella ora della tua acerbissima passione, la seconda si è, ch’io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore, del quale tu Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori. E stando lungamente in cotesto priego, sì intese che Dio lo esaudirebbe, e che, quanto e’ fusse possibile a pura creatura tanto gli sarebbe conceduto di sentire le predette cose. Avendo Santo Francesco questa promessa, cominciò a contemplare divotissimamente la passione di Cristo, e la sua infinita carità: e cresceva tanto in lui il fervore della divozione, che tutto si trasformava in Gesù per amore e per compassione. E istando così infiammandosi in questa contemplazione, in quella medesima mattina e’ vide venire dal Cielo uno Serafino con sei alie risplendenti e affocate; il quale Serafino con veloce volare appressandosi a Santo Francesco, sicchè egli potea discernere, e cognobbe chiaramente, che avea in sè l’immagine d’uomo crocifisso; e le sue alie erano così disposte; che due alie si distendeano sopra il capo, due se ne distendeano a volare, e l’altre due copriano tutto il corpo. Veggendo questo Santo Francesco, fu fortemente ispaventato, e insieme fu pieno d’allegrezza e di dolore con ammirazione. Avea grandissima allegrezza del grazioso aspetto di Cristo, il quale gli apparia così dimesticamente, e guatavalo così graziosamente, ma dall’altra parte, veggiendolo crocifisso in croce, avea ismisurato dolore di compassione. Appresso, si maravigliava molto di così stupenda e disusata visione, sappiendo bene, che la infermità della passione non si confà colla immortalitade dello ispirito Serafico. E istando in questa ammirazione, gli fu rivelato da colui che gli apparia; che per divina provvidenzia quella visione gli era mostrata in cotal forma, acciocchè egli intendesse; che non per martirio corporale, ma per incendio mentale, egli doveva essere tutto trasformato nella espressa similitudine di Cristo Crocifisso, in questa apparizione mirabile. Allora tutto il Monte della Vernia parea, che ardesse di fiamma isplendidissima, la quale risplendeva, e illuminava tutti li monti e le valli d’intorno, come se fusse il sole sopra la terra, onde li Pastori, che vegliavano in quelle contrade, veggendo il Monte infiammato e tanta luce d’intorno, ebbono grandissima paura, secondo che eglino poi narrarono a’ Frati, affermando, che quella fiamma era durata sopra il Monte della Vernia per ispazio d’un’ora, e più. Similmente allo splendore di questo lume, il quale risplendeva nelli alberghi della contrada per le finestre, certi mulattieri, che andavano in Romagna, si levarono suso, credendo che fusse levato il sole, e sellarono e caricarono le bestie loro; e camminando, vidono il detto lume cessare, e levarsi il sole materiale. Nella detta apparizione serafica, Cristo il quale apparia, parlò a Santo Francesco certe cose secrete e alte, le quali Santo Francesco in vita sua non volle rivelare a persona: ma dopo la sua vita il rivelò, secondo che si dimostra più giù; e le parole furono queste: Sai tu, disse Cristo, quello ch’io t’ho fatto? Io t’ho donato le Istimate, che sono i segnali della mia passione, acciocchè tu sia mio Gonfaloniere. E siccome io il dì della morte mia discesi al Limbo, e tutte l‘anime che io vi trovai, ne trassi in virtude di queste mie Istimate; così a te concedo, che ogni anno il dì della morte tua, tu vadi al Purgatorio, e tutte le anime de’ tuoi tre Ordini, cioè Minori, Suore e Continenti, ed eziandio gli altri, i quali saranno stati a te molto divoti, quali tu vi troverai, tu ne tragghi in virtù delle tue Istimate, e menile alla gloria del Paradiso, acciò chè tu sia a me conforme nella morte, siccome te se’ nella vita. Disparendo dunque questa visione mirabile, dopo grande ispazio e segreto parlare, lasciò nel cuore di Santo Francesco uno ardore eccessivo e fiamma d’amore divino; e nella ssua carne lasciò una maravigliosa immagine, ed orma delle passioni di Cristo. 
Onde immantanente ne’ piedi di Santo Francesco, cominciarono ad apparire li segnali degli chiovi, in quel modo ch’egli avea allora veduto nel Corpo di Gesù Cristo Crocifisso, il quale gli era apparito in ispecie di Serafino: e così parevano le mani e’ piedi chiovellati nel mezzo con chiovi, i cui capi erano nelle palme delle mani, e nelle piante de’ piedi fuori delle carni; e le loro punte riuscivano in su ‘l dosso delle mani e de’ piedi, in tanto che pareano ritorti e ribaditi per modo, che infra la ribaditura e ritorcitura loro la quale riusciva tutta sopra la carne, agevolmente si sarebbe potuto mettere il dito della mano, a modo che in uno anello; e li capi de’ chiovi erano tondi e neri. Similmente nel costato ritto apparve una immagine d’una ferita di lancia, non saldata, rossa e sanguinosa; la quale poi ispesse volte gittava sangue del santo petto di Santo Francesco, e insanguinavali la tonica e li panni di gamba. Onde li compagni suoi, innanzi che da lui il sapessono, avvedendosi nientedimeno che egli non iscopria le mani nè li piedi, e che le plante de’ piedi egli non potea porre in terra; appresso trovando sanguinosa la tonica e i panni di gamba, quando gliele lavavano; certamente compresono, ched egli nelle mani e ne’ piedi, e simigliantemente nel costato avea espressamente impressa la immagine e similitudine del nostro Signore Gesù Cristo Crocifisso. E bene che assai s’ingegnasse di nascondere e di celare quelle sacre sante Istimate gloriose, così chiaramente impresse nella carne sua; e dall’altra parte veggendo, che male le potea celare a i compagni suoi familiari; nientedimeno, temendo di pubblicare i segreti di Dio, fu posto in grande dubbio, s’e’ dovesse rivelare la visione serafica, e la impressione delle sacre sante Istimate. Finalmente per istimolo di coscienzia, chiamò a sè alquanti Frati più suoi dimestichi; e proponendo loro il dubbio sotto parole generali, non esprimendo loro il fatto, sì chiese loro consiglio, tra’ quali Frati ve n’era uno di grande santità, il quale avea nome Frate Inluminato. Costui veramente inluminato da Dio, comprendendo, che Santo Francesco dovesse aver vedute cose maravigliose, sì gli rispuose: Frate Francesco, sappi che non per te solo, ma eziandio per gli altri, Iddio ti mostra alcuna volta i suoi sacramenti: e però tu hai ragionevolmente da temere, che se tu tieni celato quello, che Iddio t’ha dimostrato per utilità altrui, tu non sia degno di riprensione. Allora Santo Francesco mosso per questa parola, con grandissimo timore riferì loro tutti il modo e la forma della sopraddetta visione; aggiungendo, che Cristo il quale gli era apparito, gli aveva detto certe cose, le quali egli non direbbe mai, mentre ch’egli vivesse. E benchè quelle piaghe santissime, in quanto gli erano impresse da Cristo, gli dessono al cuore grandissima allegrezza; nientedimeno alla carne sua, e alli sentimenti corporali gli davano intollerabile dolore. Di che costretto per necessità, egli elesse Frate Lione, infra gli altri più semplice e più puro, al quale egli rivelò tutto; e quelle sante piaghe gli lasciava vedere e toccare e fasciare con alcune pezzuole, e mitigare il dolore, e a ricevere il sangue, che delle dette piaghe usciva e colava; le quali fascinole a tempo d’infermitade egli si lasciava mutare ispesso, eziandio ognindì; eccetto che dal Giovedì sera insino al Sabato mattina: imperocchè in quel tempo egli non volea, che per veruno umano rimedio o medicina, gli fusse punto mitigato il dolore della passione di Cristo, la quale portava nel suo corpo; nel quale tempo il nostro Salvatore Gesù Cristo era stato per noi preso e crocifisso e morto e seppellito. Addivenne alcuna volta, che quando Frate Lione gli mutava la fascia della piaga del costato, Santo Francesco per lo dolore, che sentia in quello spiccare della fascia sanguinosa, puose la mano al petto di Frate Lione; per lo quale toccare di quelle sacrate mani, Frate Lione sentia tanta dolcezza di divozione nel cuore suo, che poco meno e’ cadea in terra tramortito. E finalmente, quanto a questa terza considerazione, avendo Santo Francesco compiuta la Quaresima di Santo Michele Arcangelo, si dispuose per divina rivelazione, di tornare a Santa Maria degli Angeli. Ond’egli chiamò a sè Frate Masseo e Frate Angelo; e dopo molte parole e santi ammaestramenti, sì raccomandò loro con ogni efficacia che e’ potè quello Monte Santo, dicendo; come a lui convenia, insieme con Frate Lione, tornava a Santa Maria degli Angeli. E detto questo, accomiatandosi da loro, e benedicendogli nel nome di Gesù Crocifisso, condescendendo a’ loro prieghi, porse loro le sue santissime mani, adornate di quelle gloriose e sacre sante Istimate, a vedere, toccare e baciare: e così, lasciandoli consolati, si partì da loro ed iscese del Santo Monte.

Texto Traduzido

terza

Terceira consideração dos sagrados santos estigmas.

 

Chegando à terceira consideração, sobre a aparição seráfica e a impressão dos sagrados santos estigmas, devemos considerar que, aproximando-se a festa da santíssima Cruz do mês de setembro, uma noite Frei Leão foi ao lugar e na hora habituais para dizer matinas com São Francisco. Quando, na cabeça da ponte, disse, como costumava, Domine, labia mea aperies, e São Francisco não respondeu, Frei Leão não voltou atrás, como São Francisco tinha mandado, mas com boa e santa intenção atravessou a ponte e entrou quietamente em sua cela. 
Não o encontrando, pensou que ele estivesse em oração em algum lugar pelo bosque. Então saiu para fora e, devagarinho, à luz da lua, ia procurando-o pelo bosque. Finalmente, ouviu a voz de São Francisco e, aproximando-se, viu que ele estava de joelhos em oração, com o rosto e as mãos levantados para o céu e, com fervor de espírito dizia: “Quem és tu, ó dulcíssimo Deus meu? Quem sou eu, vilíssimo verme e inútil servo teu?”. Repetia sempre essas mesmas palavras e não dizia nenhuma outra coisa. Por isso Frei Leão, muito admirado disso, levantou os olhos e olhou para o céu. Olhando assim, viu baixar do céu uma chama de fogo belíssima e esplendidíssima, que, descendo, pousou na cabeça de São Francisco. Ouvia que saía uma voz dessa chama, que falava com São Francisco. Mas Frei Leão não entendia as palavras. Vendo isso e achando-se indigno de estar tão perto daquele lugar santo onde estava aquela admirável aparição, e temendo ainda ofender São Francisco ou perturba-lo de sua consideração, se fosse ouvido por ele, voltou atrás quietinho e, estando de longe, esperava ver o fim. Olhando fixamente, viu São Francisco estender três vezes as mãos para a chama e, finalmente, depois de um longo espaço, viu a chama voltar para o céu. Então moveu-se segura e alegremente, afastando-se da visão e voltando para a sua cela. 
Quando ele ia saindo tranqüilamente, São Francisco escutou-o pelo rumor dos pés sobre as folhas, e mandou que esperasse e não se movesse. Então Frei Leão, obediente, ficou parado esperou-o com tanto medo, que, como ele contou depois aos companheiros, naquela hora ele teria preferido que a terra o engolisse do que esperar São Francisco, que ele pensava estar perturbado contra ele, porque ele se guardava com a maior diligência de ofender a sua paternidade, para que, por sua culpa, São Francisco não o excluísse de sua companhia. 
Quando chegou perto dele, São Francisco perguntou: “Quem és tu?”. E Frei Leão, todo trêmulo, disse: “Eu sou Frei Leão, meu pai”. São Francisco: “Por que vieste aqui, frei ovelhinha? Eu não te disse que não me fiques observando? Dize-me, por santa obediência, se tu viste ou ouviste alguma coisa?”. Frei Leão respondeu: “Pai, eu te ouvi falar e dizer muitas vezes: Quem és tu, ó dulcíssimo Deus meu? Quem sou eu, verme vilíssimo e inútil servo teu?”Então, ajoelhando-se diante de São Francisco, Frei Leão deu a culpa pela desobediência que tinha praticado contra a sua ordem, e pediu perdão com muitas lágrimas. Depois, pediu-lhe humildemente que explicasse as palavras que tinha ouvido e que lhe contasse as que não tinha entendido. 
Então, vendo São Francisco que Deus tinha revelado ou concedido a Frei Leão, por sua simplicidade e pureza, que ouvisse e visse algumas coisas, concordou em revelar-lhe e expor-lhe o que ele pedia, e disse assim: “Sabe, frei ovelhinha de Jesus Cristo, que quando eu dizia as palavras que ouviste estavam sendo mostrados a minha alma dois lumes: um da notícia e conhecimento de mim mesmo, o outro da notícia e conhecimento do Criador. Quando eu dizia: Quem és tu, ó dulcíssimo Deus meu? eu estava em lume de contemplação, em que via o abismo da infinita bondade, sabedoria e poder de Deus. E quando eu dizia: Quem sou eu? estava em um lume de contemplação em que via a profundeza lamentável de minha vileza e miséria, e por isso dizia: Quem és tu, Senhor de infinita bondade, sabedoria e poder, que te dignas visitar a mim que sou um verme vil e abominável? Naquela chama que tu viste, estava Deus que, naquela forma, falava comigo como tinha falado antigamente com Moisés. 
E entre outras coisas que me disse, pediu que eu lhe fizesse três dons, e eu respondi: Senhor meu, eu sou todo teu. Tu sabes bem que eu não tenho mais nada além da túnica, do cordão e dos panos das bragas, e mesmo essas três coisas são tuas. Então, que posso oferecer ou te dar a tua majestade? 
Então Deus me disse: Procura no teu seio e me oferece o que encontrares. Eu procurei e achei uma bola de ouro, e a ofereci a Deus. E assim fiz três vezes, conforme Deus me mandou três vezes. Depois me ajoelhei três vezes, bendisse e agradeci a Deus, que me tinha dado o que oferecer. E logo que me foi dado entender que aquelas três ofertas significavam a santa obediência, a altíssima pobreza e a esplendidíssima castidade, que Deus, por sua graça, me concedeu observar tão perfeitamente que de nada me repreende minha consciência. 
E como tu viste que eu punha a mão no seio e oferecia a Deus essas três virtudes, significadas por aquelas três bolas de ouro que Deus tinha posto em meu seio, assim me deu Deus virtudes em minha alma, que de todos os bens e de todas as graças que me concedeu por sua santíssima bondade, eu sempre o louvo e engrandeço com o coração e com a boca. Essas são as palavras que ouviste ao levantar três vezes as mãos, como viste. 
Mas guarda-te, frei ovelhinha, de me ficares observando. Volta para tua cela com a bênção de Deus e cuida solicitamente de mim, porque daqui a poucos dias Deus fará coisas tão grandes e maravilhosas neste monte que todo mundo vai ficar admirado. Pois ele fará algumas coisas novas, que nunca fez a nenhuma criatura neste mundo”. 
Ditas essas palavras, mandou buscar o livro dos Evangelhos, pois Deus lhe tinha posto no coração que, ao abrir três vezes o livro dos Evangelhos ser-lhe-ia demonstrado o que Deus pretendia fazer com ele. Quando o livro lhe foi levado, São Francisco pôs-se em oração. E quando completou essa oração, fez com que o livro fosse aberto três vezes por mão de Frei Leão no nome da Santíssima Trindade. E como aprouve à divina disposição, naquelas três vezes sempre se lhe deparou a paixão de Cristo. Por isso foi-lhe dado entender que, assim como ele tinha seguido Cristo nos atos de sua vida, devia segui-lo e conformar-se a ele nas aflições e dores da paixão, antes de passar desta vida. 
Daquele ponto em diante, São Francisco começou a provar e a sentir mais abundantemente a doçura da divina contemplação e das divinas visitas. Entre as quais teve uma imediata e preparatória para a impressão dos sagrados santos estigmas, desta forma: No dia que vem antes da festa da santíssima Cruz do mês de setembro, estava São Francisco em oração secretamente na sua cela. Apareceu-lhe o Anjo de Deus e lhe disse da parte de Deus: “Eu te conforto e aconselho a te preparares e dispores humildemente com toda paciência para receber o que Deus te quiser dar e fazer em ti”. São Francisco respondeu: “Eu estou preparado para suportar pacientemente tudo que o meu Senhor quer me fazer”. Dito isso, o Anjo foi embora. 
Chegou o dia seguinte, isto é, da santíssima Cruz, e São Francisco, de manhã, antes do dia, pôs-se em oração na frente da porta da sua cela, virando o rosto para o oriente, e orava desta forma: “Ó Senhor meu Jesus Cristo, duas graças te peço que eu me faças antes de eu morrer: a primeira, que em vida eu sinta na minha alma e no meu corpo, quanto for possível, a dor que tu, doce Jesus, suportaste na hora da tua acerbíssima paixão. A segunda é que eu sinta no meu coração, quanto for possível, aquele amor sem medidas de que tu, Filho de Deus, estavas incendiado para suportar, por querer, tamanha paixão por nós pecadores”. 
E, estando longamente nessa oração, entendeu que Deus o escutaria e que, quanto fosse possível para uma oura criatura, tanto lhe seria concedido sentir aquelas coisas. Em breve, tendo São Francisco essa promessa, começou a contemplar com toda devoção a paixão de Cristo e a sua infinita caridade. E crescia tanto nele o fervor da devoção, que ele se transformava todo em Jesus, pelo amor e pela compaixão. E quando assim estava, inflamando-se nessa contemplação, naquela mesma manhã viu vir do céu um Serafim com seis asas resplandecentes e em fogo. 
Esse Serafim, voando rapidamente aproximou-se de São Francisco de forma que ele podia discerni-lo, e conheceu claramente que tinha em si a imagem de um homem crucificado. E suas asas eram dispostas de maneira que duas asas estendiam-se sobre a cabeça, duas se abriam para voar e as outras duas cobriam todo o seu corpo. Vendo isso, São Francisco ficou fortemente espantado e ao mesmo tempo ficou cheio de alegria pelo gracioso aspecto de Cristo, que lhe aparecia tão familiarmente e o olhava tão graciosamente. Mas, por outro lado, vendo-o crucificado na cruz, tinha uma desmesurada dor de compaixão. Também se admirava muito de uma visão tão estupenda e incomum, sabendo bem que a enfermidade da paixão não combina com a imortalidade do espírito seráfico. 
E, estando nessa admiração, foi-lhe revelado por aquele que lhe aparecia que, por divina providência, aquela visão lhe era demonstrada dessa forma para que ele entendesse que, não por martírio corporal mas por incêndio mental, ele devia ser todo transformado na expressa semelhança de Cristo crucificado. 
Nessa aparição admirável todo o monte do Alverne parecia estar incendiado numa chama esplendisíssima, que resplandecia e iluminava todos os montes e vales ao redor, como se fosse o sol sobre a terra. Por isso os pastores que vigiavam naquela região, vendo o monte inflamado e tanta luz ao redor, ficaram com um medo enorme, como contaram depois aos frades, afirmando que aquela chama tinha durado sobre o monte Alverne por uma hora ou mais. De maneira semelhante, ao esplendor dessa luz, que resplandecia nos albergues da região pelas janelas, alguns almocreves que iam para a Romanha levantaram-se imediatamente, crendo que o sol se levantara, selaram e carregaram seus animais e, quando caminhavam, viram a luz cessar e levantar-se o sol material. 
Nessa aparição seráfica, Cristo, que aparecia, contou a São Francisco algumas coisas secretas e altas, que São Francisco não quis revelar durante sua vida a ninguém, mas revelou depois de sua vida, como demonstramos adiante. E as palavras foram estas: “Sabes, disse Cristo, o que eu te fiz? Eu te dei os Estigmas que são os sinais da minha paixão, para que tu sejas o meu porta-bandeira. E, assim como no dia de minha morte desci ao limbo, e carreguei todas as almas que lá encontrei em virtude de meus Estigmas, assim te concedo que, cada ano, no dia da tua morte, possas ir ao purgatório e trazer todas as almas das tuas três Ordens, isto é, Menores, Irmãs e Continentes, e também dos outros que a ti forem muito devotos e que lá encontrares, em virtude dos teus Estigmas, e as leves para a glória do paraíso, para que sejas conforme a mim na morte, como és na vida”. 
Quando desapareceu essa visão admirável, depois de um tempo e de uma conversação secreta, deixou no coração de São Francisco um ardor enorme e a chama do amor divino. E na sua carne deixou uma maravilhosa imagem e vestígio das paixões de Cristo. Daí começaram a aparecer imediatamente nas mãos e pés de São Francisco os sinais dos cravos, do jeito que ele tinha visto então no corpo de Jesus Cristo Crucificado, que lhe tinha aparecido na forma de Serafim. E assim pareciam suas mãos e pés pregados no meio com cravos, cujas cabeças estavam nas palmas das mãos e nas plantas dos pés fora da carne, e suas pontas saíam no dorso das mãos e dos pés, de maneira que pareciam entortados e rebatidos, de modo que entre a curvatura e o rebite, que saíam inteiros para fora da carne, podia-se colocar facilmente o dedo da mão, como em um anel. E as cabeças dos cravos eram redondas e pretas. 
De maneira semelhante, no lado direito apareceu uma imagem de uma ferida de lança, não cicatrizada, vermelha e sangrenta que, mais tarde, muitas vezes soltava sangue do santo peito de Francisco e lhe ensangüentava a túnica e as bragas. Por isso os seus companheiros, antes que o soubessem por ele, percebendo que ele não descobria nem as mãos nem os pés, e que não podia pousar no chão as plantas dos pés, e também encontrando ensangüentadas a túnica e as bragas, quando as lavavam, compreenderam com certeza que ele tinha expressamente marcadas nas mãos nos pés e no peito, a imagem e semelhança de nosso Senhor Jesus Cristo crucificado. 
E embora ele se esforçasse muito por esconder e ocultar aqueles sagrados estigmas gloriosos, tão claramente impressos em sua carne, e por outro lado vendo que mal podia esconder dos companheiros seus familiares, temendo publicar os segredos de Deus, ficou numa grande dúvida se devia ou não revelar a visão seráfica e a impressão dos sagrados Estigmas. Finalmente, impelido pela consciência, chamou alguns frades mais familiares seus e, propondo-lhes a dúvida com palavras gerais, sem contar o fato, pediu o seu conselho. 
Entre esses frades havia um de grande santidade, que se chamava Frei Iluminato. Ele, verdadeiramente iluminado por Deus, compreendendo que São Francisco devia ter visto coisas maravilhosas, assim lhe respondeu: “Frei Francisco, sabe que não só por ti, mas também pelos outros Deus te mostra algumas vezes os seus sacramentos. Por isso tens que temer razoavelmente que, se mantiveres escondido o que Deus te mostrou para utilidade dos outros, sejas merecedor de repreensão”. Então São Francisco, movido por essa palavra, com grandíssimo temor contou-lhes todo o modo e a forma da sobredita visão, acrescentando que Cristo, que lhe havia aparecido, tinha dito certas coisas que ele não contaria nunca enquanto vivesse. 
E, embora as chagas santíssimas, porque lhe tinham sido impressas por Cristo, lhe dessem uma enorme alegria ao coração, para a sua carne e para os seus sentimentos corporais eram uma dor intolerável. Por isso, forçado pela necessidade, ele escolheu Frei Leão, entre os outros mais simples e mais puro, a quem revelou tudo e deixava ver, tocar e enfaixar aquelas santas chagas com alguns retalhos de linho, para mitigar a dor e receber o sangue que saía e corria das ditas chagas. Nos tempos em que estava doente, ele deixava trocar essas bandagens com freqüência, até mesmo todos os dias, menos da quinta-feira à tarde até o sábado de manhã, pois nesse tempo ele não queria que fosse mitigada por nenhum remédio ou medicina humanos a paixão de Cristo, que ele carregava em seu corpo. Nesse tempo, nosso Salvador Jesus Cristo tinha sido preso, crucificado, morto e sepultado por nós. 
Aconteceu alguma vez que, quando Frei Leão lhe mudava a faixa do peito, São Francisco, pela dor que sentia ao despregar-se a faixa ensangüentada, pôs a mão no peito de Frei Leão. Ao toque daquelas mãos sagradas, Frei Leão sentia tanta doçura de devoção em seu coração, que por mais um pouco cairia desmaiado no chão. 
E finalmente, quanto a esta terceira consideração, tendo São Francisco cumprido a quaresma de são Miguel Arcanjo, resolveu, por divina inspiração, voltar para Santa Maria dos Anjos. Por isso chamou Frei Masseo e Frei Ângelo e, depois de muitas palavras e santos ensinamentos, recomendou-lhes, com toda eficácia que pôde, aquele monte santo, dizendo como convinha que ele e Frei Leão voltassem a Santa Maria dos Anjos. Dito isso, despedindo-se deles e abençoando-os no nome de Jesus crucificado, condescendendo aos seus pedidos, estendeu-lhes as mãos santíssimas, adornadas com aqueles gloriosos e santos Estigmas, para ver, tocar e beijar. E assim deixando-os consolados, afastou-se deles e desceu do santo monte. 
Para louvor de Jesus Cristo e do pobrezinho Francisco. Amém.